Little Forest 2018: il remake coreano... ma potrebbero averlo fatto gli americani.
L'originale Little Forest giapponese è un marone terrificante, non c'è discussione, ma è esteticamente lirico e narrativamente solidissimo. Questo remake coreano è la versione per idioti.
C'è praticamente tutto, ma le 4 ore dell'originale (o i due volumi del manga) sono state condensate in 1 ora e 40.
Voi direte: "100 minuti! Giusti giusti per dedicarne 25 a stagione!".
Nope.
La divisione è la seguente: 40 minuti per l'inverno, 10 per la primavera, 20 per l'estate e 30 tra autunno ed epilogo.
E' la versione per idioti con una protagonista sassy girl odiosa, un inutile e totalmente fuori posto triangolo amoroso con l'amica e l'amico, praticamente zero vita rurale, qualche piatto cucinato, inutili ulteriori famigliari e backstory.
Tutto quello che nell'originale Little Story viene suggerito o lasciato a suggestioni visive, all'intuizione o fantasia dello spettatore, qui viene spiegato per filo e per segno con le didascalie e le foto.
La storia è circa quella: la madre della protagonista va via e lei torna nel villaggio (ma non è il suo villaggio natale, cambiamento senza senso, ma il posto dove era cresciuto il padre: qui il padre viene dichiarato morto da subito e non lasciato nella nebbia come l'originale), incontra l'amica e l'amico ma, in questa versione, sono tutti personaggi presi da un dramedy romantico coreano.
Litigate, triangoli amorosi e minchiate inutili.
Ogni tanto cucina e i piatti servono per lanciare i flashback, ma invece di essere accenni o brevi scene piene di significato, qui sono vagonate di dialogo dove viene spiegato che quanto si batte il piede contro qualcosa di duro, fa male.
C'è la lettera della madre, che ovviamente in questa versione viene letta ed è una sdolcinata cagata.
...il finale stupra tutto il senso della storia originale.
Probabilmente non sarebbe così pessimo, sarebbe solo mediocre, se non avessi il confronto con l'originale che, aldilà dell'essere una palla, è un film intelligente.
A guardare questa versione coreana si diventa stupidi.
SPOILER SPOILER SPOILER
All'inizio dell'inverno successivo, la protagonista decide di tornare a vivere in città: abbandona il cane alla catena (in INVERNO! QUELLA TROIA) e se ne va senza salutare. Ma lascia una lettera.
...torna dopo un paio di mesi.
Nell'originale torna dopo anni, una donna matura e realizzata capace di scegliere: qui torna la stessa idiota di prima, senza nessuna crescita, senza motivo.
La cosa peggiore in assoluto, però, è che torna e ritrova la madre a casa.
Basta vedere la locandina per essere offesi.

Dororo: in un giro di mesi veramente scarso per l'animazione televisiva nipponica, questa è una delle poche serie che lascerà memoria di sé. E' il secondo adattamento animato, dopo quello del 1969, dell'omonimo manga di Tezuka del 1967.
Si trova online.
Il manga e questo adattamento realizzato da MAPPA sono molto diversi tra loro.
La regia è di Furuhashi, piuttosto ben versato nel giro degli anime di Samurai avendo, tra le altre cose, diretto tutto Kenshin.
Ventiquattro episodi per raccontare una versione allo stesso tempo semplificata e più moderna della storia originale di Hyakkimaru: figlio di un lord, venduto appena nato ai demoni per essere mangiato in cambio di fortuna e gloria per il padre.
Originariamente 48, in questa versione animata i demoni sono stati ridotti a 12: ogni demone mangia una parte del corpo del giovane Hyakkimaru. Il bambino però non muore, viene abbandonato stile Mosè e trovato da un super dottore (è Tezuka... praticamente un sengoku Black Jack) che lo salva e dota di protesi per sostituire ognuna delle parti mancanti.
Passa del tempo e Hyakkimaru cresce diventando un super guerriero e dedicandosi a cacciare i demoni che gli hanno rubato il corpo, ricostruendosi l'originale un pezzo alla volta.
Nel suo viaggio viene affiancato dal giovane organo Dororo.
Dicevo: diverso dal manga originale... fortunatamente. Siamo cinquanta anni dopo e lo stile di Tezuka è qualcosa che, nella sua versione genuina, non è più al passo con i tempi: questo Dororo non è comico, anzi tragico e avvilente con solo qualche sprazzo di serenità passeggera in un contesto storico estremamente tormentato e violento.
Il design dei personaggi non ricorda quello di Tezuka, pur citandolo in alcuni suoi tratti caratteristici (per esempio il modo in cui sono disegnati i piedi). 
Anche il finale è abbastanza diverso da quello del manga, migliore quello dell'anime pur essendo il classico finale merdoso dei cartoni.
La serie è molto migliore nei suoi episodi iniziali: quasi tutti autoconclusivi, decisamente horror, molto ben strutturati e scritti. La 'seconda parte', per così dire, quando la storia comincia a volgere al termine e diventa una trama continuativa perde brillantezza, guadagna in ripetitività e scivola anche un po' dal punto di vista tecnico.
Su questo versante, Dororo è nella media con un evidente, non tremendo, calo sul finale.
Ah. Una delle peggiori opening song di sempre.
Si guarda, specialmente all'inizio.
SPOILER SPOILER SPOILER
Hyakkimaru sconfigge tutti i demoni. Madre, fratello e amici del fratello muoiono. Il padre viene risparmiato per dimostrare che Hyakkimaru sceglie di essere umano e non un mostro. Si separano (con Dororo) come nel manga, ma l'ultima scena mostra una Dororo cresciuta che gli corre in contro.

The Highwaymen: produzione Netflix con Kevin Costner e Woody Harrelson. E' l'ennesimo racconto, ma in effetti è passato un po' di tempo dall'ultima volta (quindi va bene), della storia di Bonnie e Clyde.
Costner e Harrelson interpretano i due famosi ex-Texas Rangers che hanno guidato la caccia finale ai famigerati criminali.
Ora: Costner e Harrelson ricadono perfettamente nella categoria di famosi attori americani a fine carriera di cui si nutre il sistema produttivo di Netflix, ma questo è anche l'ultimo film diretto da John Lee Hancock.
E' un bel film, tecnicamente ineccepibile... un po' noioso nella sua prima parte.
A colpirmi particolarmente è stata la ricostruzione storica: gli anni '30 americani sono un periodo molto particolare e, per quanto siano stati così spesso rappresentati in ogni forma di intrattenimento, questa versione curata da Hancock risulta specialmente penetrante ed efficace nel mostrare la drammatica crisi sociale dovuta alla Grande Depressione. The Highwaymen va aldilà della rappresentazione ingessata tipica di molti altri film, anche recenti, e si spinge a mostrare aspetti assolutamente inediti dell'impatto della crisi economica sui ceti più deboli: impossibile, per me, dire se si tratti di eccitazione espressiva o di realtà documentata, ma il risultato mostra un America quasi post apocalittica, qualcosa a metà tra la fantascienza e il medio oriente in guerra.
E' impressionante.
Molto, molto meno attraente è invece lo sviluppo della storia e il tono narrativo dato alla vicenda.
The Highwaymen sembra un incrocio tra gli Spietati e True Detectives, passando per un Mondo Perfetto.
Costner e Harrelson sono vecchi Texas Rangers ritirati, richiamati in servizio per combattere il fuoco con il fuoco: Bonnie e Clyder erano mostri sanguinari e spietati, i texas rangers di Costner e Harrelson rappresentano la storia passata del law enforcement, prima della polizia e del FBI, quando gli sceriffi si facevano giustizia da soli e la frontiera era ancora selvaggia.
Sono vecchi e acciaccati e non riescono più a sparare dritto: l'inizio del film e l'inizio di Unforgiven sono decisamente troppo simili. Allo stesso tempo c'è quel turbamento esistenziale e un tipo di regia statica che ricorda un po' True Detective: aldilà dell'essere in due e dell'esserci Harrelson. 
La sceneggiatura è di John Fusco.

Aggretsuko S02: dovrei guardare i titoli di coda e confrontare la prima con la seconda stagione. Mi fiderò di Anime News Network e dirò che il cast e lo staff sono rimasti sostanzialmente identici.
Seconda stagione di altri 10 episodi per il successo di SANRIO, TBS e Netflix.
Ventuno episodi in tutto considerando anche lo speciale uscito lo scorso Natale.
Non c'è la stessa magia.
E' specialmente la composizione dei primi 5 o 6 episodi a lasciare molto a desiderare: formulaica e ripetitiva, molto più simile a una classica serie tv che a quanto siamo abituati a vedere di recente.
Gli episodi cominciano, si svolgono e concludono seguendo schemi e forme uguali; questo problema sparisce da metà stagione in poi, con lo sviluppo di una storia unitaria che guida personaggi e spettatori alla fine della stagione.
Vengono introdotti una serie di nuovi personaggi: la madre di Retsuko, odiosa, e un nuovo impiegato nell'ufficio di Retsuko, il suo primo kouhai lavorativo, anche lui odioso... probabilmente più della madre.
Questi due personaggi sono al centro della prima metà della stagione; la seconda metà della stagione è invece dedicata al nuovo interesse romantico di Retsuko.
Due osservazioni: i personaggi negativi della prima stagione, diciamo il capo ufficio Ton, sono comunque divertenti ed endearing... non stridono nel setting e tono della serie: la madre e il giovane collega sono invece totalmente negativi e insopportabili.
Eclissano, inoltre, gli altri personaggi secondari dalla prima stagione: considerando che parliamo di 10 episodi di 15 minuti, compresi titoli di testa e coda, è difficile pensare che questi personaggi della prima stagione siano già stati sviluppati ed esauriti. L'introduzione di questi personaggi nuovi, nella seconda, è troppo presto e troppi.
L'altro problema: la seconda parte della stagione è narrativamente migliore, ma è un'esatta ripetizione del finale della prima stagione. E' narrativamente migliore perché la storia avanza e perché spariscono i due personaggi fastidiosi di cui sopra, ma è una quasi perfetta replica del finale della prima stagione.
...e poi cos'è 'sta storia che adesso tutti cantano? Retsuko non deve cantare ogni episodio: l'esplosione di rabbia metal deve essere calibrato e importante. Nei primi episodi, la sua rabbia viene abusata e sistemata in modo rigido alla fine dell'intro, prima della sigla, e alla fine dell'episodio. Così facendo l'hanno rovinata.
Nella prima stagione era esilarante non sapere quando e dove Retsuko sarebbe esplosa.
In questa, invece, almeno nella prima parte, le esplosioni sono inserite sempre negli stessi due punti.
Non solo: cantano anche gli altri personaggi. Ci sono molti e diversi numeri musicali, in certi casi davvero lunghi (relativamente alla durata degli episodi) e affidati a personaggi che non hanno motivo di cantare e non hanno una caratterizzazione musicale.
La canzone di Ton durante la prima stagione fu perfetta perché inaspettata e perfettamente in linea con il personaggio. In questa seconda, tutti cantano e cantano secondo stili musicali troppo vincolanti e banali.
Ho davvero faticato ad arrivare in fondo alla serie. Fortunatamente gli ultimi episodi sono decisamente migliori, ma è difficile credere che siano riusciti a sbagliare così tanto in così poco tempo.
Soprattutto difficile comprendere come il grosso di questi difetti sia dovuto a una marcia indietro culturale: perché la prima stagione sembra più moderna, professionale ed esperta della seconda?
E' per questo motivo che ero andato a cercare (vagamente) i nomi dello staff.
Mi sarei aspettato di trovare un nuovo sceneggiatore o qualcosa del genere.
Una terza stagione non è ancora stata confermata, ma è probabile. Così come è probabile che ripetano l'esperimento di uno speciale.
Le scene con Gori e Washimi sono, per fortuna, sempre ottime e sono gli unici due personaggi a godere di un minimo di sviluppo.
NOTA: ricordo, giusto per non sembrare scemo, che Retsuko nasconde, dietro il suo aspetto visivo Sanrio, intenzioni narrative profonde e serie. Non è Hello Kitty.
SPOILER SPOILER SPOILER
Lo slacker che Retsuko incontra alla scuola guida è in realtà, inaspettatamente (/s), un super ricco genio. I due si mettono insieme ma lui ha una visione della società un po' diversa da Retsuko (non vuole sposarsi) e a fine serie Retsuko lo molla in modo assolutamente identico al finale della prima.

Exhalation (Id, 2019): è l'ultima raccolta di racconti di Ted Chiang... ma detto così sembra ne scriva una all'anno. E' la sua seconda e la precedente è del 2002. In Exhalation è contenuto tutto ciò scritto da Chiang da allora.
Ted Chiang, ovviamente, è divenuto di recente molto famoso per l'adattamento di uno dei suoi racconti nel film Arrival. E' uno dei miei scrittori preferiti. Il mio scrittore preferito a parimerito.
C'è un autore migliore e meno prolifico di Chiang? No.
Exhalation contiene 9 storie. 7 di queste storie sono già state pubblicate. 6 di queste storie le trovate indietro nel blog.
Le storie contenute nel libro e già pubblicate sono: the merchant and the alchemist's gate; exhalation; what's expected of us (che è l'unica già pubblicata che non avevo ancora letto); the lifecycle of software objects; Dacey's patent automatic nanny; the truth of fact, the truth of feeling; the great silence.
Le 2 storie originali sono intitolate: Omphalos e Anxiety is the dizziness of freedom.
What's expected of us è stata pubblicata su Nature nel 2005: è una storia di due pagine e mezzo... di grande inquietudine.
La scienza va troppo in là e risponde a una domanda che non avrebbe mai dovuto trovare risposta: esiste la libertà di scelta? E' tutto predeterminato? Se non c'è scelta, non c'è futuro. Una piccola invenzione relativa alla scienza dei viaggi nel tempo toglie all'umanità la volontà di vivere.
Omphalos è una storia più corposa e la mia preferita tra quelle non ancora lette: la storia gira intorno all'annosa relazione tra scienza e religione. Mai una vera collaborazione, sempre una lotta. Nel mondo immaginato da Chiang, l'archeologia è regina delle scienze perché capace per prima di dimostrare l'esistenza di Dio. In questo mondo, serie e rigorosi scienziati hanno trovato la prova dell'esistenza di Dio e della creazione della Terra e degli esseri umani: è scientificamente accurato, è preciso e vero.
Gli scienziati continuano a indagare, ma lo fanno per il piacere di continuare a dimostrare l'esistenza di Dio e scoprire di più su come sia accaduta la Creazione... finché un giorno, un astronomo scopre qualcosa.
Il racconto si sviluppa attraverso le preghiere serali di un'archeologa religiosa sicura della propria scienza e della propria fede. Tutto va bene finché non incappa, in anteprima, nel paper di astronomia che cambierà la storia del mondo... no, non la Storia del mondo ma certamente la percezione del posto dell'umanità nel cosmo. Il finale è notevolissimo e solleva lo spirito con alcune parole di eccezionale qualità.
Anxiety is the dizziness of freedom è uno dei racconti più lunghi della raccolta e parte da un presupposto simile a quello di What's expected of us. E' stato inventato uno strumento quantistico capace di creare realtà parallele e dare la possibilità di comunicare con i sé paralleli. Lo strumento ha una durata limitata: una volta stabilita la connessione, c'è una batteria da rispettare. Esaurita la batteria si perde per sempre la possibilità di comunicare con quello specifico paraself.
È un po' più complicato di così, ma prendetelo per buono in questo senso: questa invenzione cambia la società. Il racconto possiede una storia che gira intorno a una giovane truffatrice e a una psicologa con senso di colpa, ma è un veicolo di esplorazione che Chiang usa per sviluppare e spiegare l'impatto di questa tecnologia sulla società.
C'è la prova dell'esistenza di infinite possibilità: ogni scelta che compiamo è valida e possibile. Potrei alzarmi adesso e buttarmi giù dalla finestra, o no. Uno dei miei paraself l'ha fatto. Se ogni scelta è possibile, se ogni scelta accade, qual'è scopo o importanza rimane nell'atto di scegliere la 'cosa giusta'?
Questo racconto possiede alcune frasi importanti e alcuni passaggi di peso, ma la conclusione mi lascia un po' insoddisfatto.
In questo post ho parlato solo dei racconti che non avevo letto, come detto: gli altri è possibile trovarli usando la funzione cerca del blog.
Se volete un conto brutale: il libro è di 340 pagine, 100 pagine circa sono di testo nuovo. Il resto era già tutto stato pubblicato (e da me letto).
Ted Chiang è un mostro della letteratura. Un genio. Questo libro potrebbe anche essere solo un feticcio, ma è uno straordinario feticcio. I due racconti originali sono contrapposti: uno è incredibile, l'altro è sotto standard.
Ci sono poche emozioni equiparabili a leggere qualcosa di Chiang. Exhalation è un libro incredibile.
SPOILER SPOILER SPOILER
Omphalos: Dio esiste, non c'è dubbio. Dio ha creato l'umanità, non c'è dubbio... ci sono molti dubbi, invece, sul fatto che Dio abbia creato l'umanità apposta o per sbaglio, perché un astronomo ha scoperto un altro pianeta nel cosmo intorno a cui gira tutto l'universo. Un pianeta decisamente, miracolosamente più importante della Terra e probabilmente abitato da altre creature di Dio più importanti degli esseri umani. La scienziata decide che non importa: gli esseri umani non saranno la risposta alla domanda 'perché Dio ha creato l'universo' ma potranno almeno impegnarsi a rispondere al 'come'... e farlo per se stessi.

Unwritten (Id, 2019): mi sono fatto fregare dal titolo accattivante (Bat Flips, the Fun Police and Baseball's New Future) e da un commento durante la telecronaca di una partita.
Le celeberrime "leggi non scritte" del baseball.
Chiunque segua il baseball ne ha sentito parlare, chiunque segua lo sport americano ne ha sentito parlare.
E' un insieme di regole non ufficiali, non scritte nel manuale ufficiale del baseball pubblicato e aggiornato dalla Lega, definite ed enforced dai giocatori stessi (e da molti manager): riguardano e stabiliscono cosa sia accettabile o meno durante una partita, quali comportamenti siano corretti e quali no, come si giochi a baseball correttamente, in modo giusto. The Right Way.
Ogni volta che durante una partita, e capita più volte ogni stagione, qualche battitore viene colpito da un lanciatore, o le panchine si svuotano per una finta rissa, o qualche giocatore viene sospeso dalla squadra, o qualche giocatore forte viene mandato via improvvisamente e senza motivo apparente... ogni volta che succede qualcosa di fuori dagli schemi e squisitamente baseball-y, queste unwritten laws vengono citate con approvazione e fascinazione.
Bene.
Ciò detto, mi aspettavo un libro di gustosi retroscena, aneddoti violenti di nonnismo e bullismo, sanguinarie storie di faide decennali tra squadre... nope.
E' tutto assolutamente politically correct e accomodante verso l'immagine ufficiale della MLB: gli unici aneddoti un po' crudi provengono o da storie arcinote, e quindi già ampiamente metabolizzate e irrimediabilmente pubbliche, o da passati lontanissimi citati per rappresentare il modo in cui si giocava, diverso da quello pulito e sicuro voluto dalla nuova dirigenza.
Unwritten è una melassa di propaganda a favore dell'associazione giocatori e il fulcro delle leggi non scritte è quello di essere buoni e rispettare il gioco. Rispettare i compagni. Rispettare la società. Rispettare la nazione.
Cito da uno dei primi capitoli: una delle regole non scritte più importanti del baseball è essere altruisti.
Bla bla bla... bleah... barf.
Sono 300 e poche pagine divise in 55 capitoli: decisamente troppi per il mio classico play by play dei saggi. Il libro è appena uscito e contiene molte interviste o estratti o racconti di giocatori, eventi e partite degli ultimi anni.
L'autore, Danny Knobler, è un giornalista sportivo non famoso ma con una lunga carriera alle spalle.
Vado per macrotemi: Verlander ci insegna a Respect the Game; per qualche motivo si parla di statistiche; onore e tradizioni nei club; divertirsi durante una partita come Beltre e Andrus va bene, ma non troppo come Puig... e Baez è al limite. Bautista, il bat flip leggendario e Odor: storia dei bat flip (1987, Tom Lawless) e di altre celebrazioni giuste, e di altre sbagliate. Il baseball latino e questi meridionali che non sanno mostrare rispetto per gli altri, si rifiutano di imparare l'inglese... però tutti li amano e rispettano e fanno parte della squadra.
Lanciare inside per intimidire, lanciare inside per colpire volontariamente un battitore: quando è giusto farlo per proteggere/vendicare, e quando no. Sostanzialmente va bene se mi lanci nel culo, decisamente non bene se vai per la testa.
Rookie contro veterani: rispetta il gioco! Rispetta i tuoi compagni di squadra! Non te la prendere se ti faccio il sacco al letto! (ma nessuno lo fa davvero... no no).
Si parla dei social network e di quei giocatori scemi che twittano durante le partite.
Le risse finte vanno bene e dare un pugno in faccia come Odor va bene, ma se sei uno che colpisce alle spalle come Gary Sanchez aspettati di essere schifato da tutti. Mai camminare sul monte di lancio se non è il tuo: quel bastardo arrogante di A-Rod.
Fake e flop, simulare all'americana: questo capitolo mi ha causato particolare sofferenza perché viene esplicitamente citato e commentato il perfect game perso da Scherzer all'ultimo out a causa di un bastardone.
Il peggiore dei giocatori in attività, Manny Machado.
Si parla del vecchio trucco della palla nascosta, di rubare i segni, del pine tar per sporcare la palla.
Mai parlare con il lanciatore durante un no hit, mai fare un first hit bunt.
Visto che, a un certo punto, di unwritten laws non c'è più molto da dire, l'autore conclude il libro ficcando un po' qualsiasi argomento: opener, starter e closer. Lo shift e altre 'nuove idee' nel baseball che però non hanno niente di unwritten e sono semplicemente nuove tattiche.
Quando va bene far lanciare un position player, quando va bene dare una base intenzionale.
Non è un brutto libro di baseball, ma sembra una compilazione di post di facebook fatti per un consumo istupidito (od occasionale) attraverso il cellulare.

Le Isole dei Pini (Die Kieferninseln, 2017): ah! Ho finalmente ritrovato la lista dei libri non in inglese che mi sono sbattuto a cercare e comprare qualche settimana fa: erano i finalisti del Man Booker Prize versione International.
Romanzo della tedesca Marion Poschmann, credo il suo primo tradotto in inglese (l'edizione italiana di Bompiani dichiara dall'originale e ci credo).
Prima di tutto sono andato su google a cercare 'isola dei pini' e ne ho trovate mille, la più famosa (almeno stando ai risultati di google) dovrebbe essere quella in Nuova Caledonia. Non saprei trovarla sul mappamondo.
L'errore però è stato mio. Non è: "l'isola dei pini". E': "le isole dei pini". Plurale.
Qui si parla di Matsushima, nel Nord Est del Giappone (Miyagi), il cui nome si traduce letteralmente 'Isole dei Pini'. E' una delle tre vedute più famose del Giappone ed è la meta del viaggio spirituale di ricerca di sé condotto dal protagonista e dalla sua spalla comica.
Un tizio che si ritiene inutile ma allo stesso tempo è molto pieno di sé, professore universitario europeo impegnato in una ricerca stupida sulle barbe nella storia, si sveglia una mattina dopo aver sognato l'infedeltà della propria moglie. Si alza incazzato, litiga con la moglie convinto della realtà del suo sogno (non confuso, letteralmente convinto che il sogno gli abbia comunicato una realtà) e salta sul primo aereo.
Direzione Tokyo.
Rimugina sulla propria vita sfortunata, fraintende e finisce per passare ulteriormente dalla parte del torto nella discussione con la moglie, incontra un giovane giapponese sfigato e gli impedisce di suicidarsi. A questo punto lo costringe a seguirlo: il giapponese è tipicamente succube e il protagonista è in preda a... boh: una crisi di mezza età? Un esaurimento nervoso? Poco chiaro.
I due partono per un viaggio: inizialmente per trovare un buon posto dove il giovane possa suicidarsi con il giusto senso del bello e del drammatico, poi a seguire le orme del poeta Basho (e di un suo famoso pellegrinaggio a Matsushima).
Dunque: è un libro di viaggio? Certamente è un libro di viaggio in Giappone, ma non è il solito libro di viaggio in Giappone perché il protagonista è un erudito ma arrogante professore europeo che vive di stereotipi e interpretazioni molto superficiali della cultura nipponica. Alcuni recensori online hanno criticato l'autrice, secondo molto ed evidentemente fraintendendola molto: appassionati di Giappone si sono offesi per il modo in cui il Giappone viene raccontato. Ma non è la Poschmann a viaggiare in Giappone, è il suo personaggio a farlo ed è un personaggio antipatico e fastidioso che guarda al mondo (e in questo caso al Giappone) attraverso un importante filtro di autoaffermazione.
Il personaggio rifiuta le proprie colpe e responsabilità per larga parte del libro: gli errori di carriera, i recenti errori con la moglie. Cerca costantemente responsabilità esterne e, presto, comincia a identificarsi con il celebre poeta autoimponendosi un viaggio di ricerca spirituale e ritrovamento di sé a tratti ridicolo, a volte velatamente ironico, mai autoironico.
E' molto difficile leggere un libro con un protagonista così 'piccolo', ancora di più quando il registro della Poschmann varia e si mantiene costantemente ambiguo: vogliono seguire le orme di Basho, ma si muovono in treno e il treno non effettua tutte le fermate compiute da Basho, quindi devono scegliere se viaggiare comodi o seguire davvero Basho. Scelgono di viaggiare comodi.
Il protagonista vuole vedere il Fuji e ha già composto vari haiku al solo pensiero, ma c'è foschia e non riesce.
NOTA: la Poschmann è anche poeta e il libro è infarcito di poesie (alcune sono citazioni dei poeti giapponesi originali) haiku. Ammirevole il lavoro del nostro traduttore.
Ci sono quindi evidenti elementi di comicità e ridicolo, di tragicomico.
Allo stesso tempo... beh, ripeto: il protagonista è nel mezzo di un esaurimento o crisi di mezza età. L'incubo del tradimento della moglie è più che altro una scusa per trovare il coraggio di spezzare le catene della sua routine e insoddisfazione. Tutto ciò detto, è comunque un personaggio egocentrico e privo di empatia e altre qualità umane decenti.
...e poi è davvero anche un libro di viaggio: si descrivono i panorami, le vie d'accesso, la vegetazione. Si va a teatro e si racconta uno spettacolo Kabuki, etc etc.
La narrazione, come detto, è inframezzata da un numero crescente di haiku composti dal protagonista e dal giovane mano a mano che si avvicinano alla meta. Non solo: a un certo punto il protagonista comincia a scrivere lettere alla moglie. Lettere completamente dissociate dal possibile e probabile stato mentale della moglie (accusata e abbandonata), infarcite di commenti scemi sul Giappone e il suo viaggio.
No. Non mi è piaciuto. L'ho letto fino alla fine e ne apprezzo alcune delle idee e trovate letterarie, ma non è attraente o piacevole, lascia amareggiati e infastiditi.
SPOILER SPOILER SPOILER
Il giovane a un certo punto sparisce. Il protagonista comincia ad allucinare e, io, a pensare che il tutto sia una specie di fight club e il giovane non sia mai realmente esistito. L'autrice non spiega, si limita a farlo uscire di scena.
A fine libro, il protagonista invita la moglie a raggiungerlo in Giappone. Il libro finisce senza una risposta.