Lincoln in the Bardo (Id, 2017): dopo aver letto, senza particolare entusiasmo, il vincitore dell'international man booker prize del 2018, ho deciso di provare il vincitore del 'normale' man booker prize del 2017.
...anche perché è qualche tempo che sto mirando l'acquisto di Tenth of December.
Qualche passo indietro: Lincoln in the Bardo è il primo (e finora unico) romanzo di George Saunders. George Saunders è ampiamente e trasversalmente considerato uno dei maggiori scrittori americani contemporanei (solitamente di short fiction). Il 'Bardo' è, lo dico in soldoni, il limbo dei buddisti.
I racconti di Saunders, da cui il mio interesse per Tenth of December, sono frequentemente di natura weird, se non proprio fantasy.
Questo è uno di quei libri, lo dichiaro subito, più divertenti to talk about che da leggere.
Si parla della morte di William "Willie" Wallace Lincoln, terzo figlio di Abraham, avvenuta nel 1862 a 11 anni, e del lutto del famoso padre.
Willie muore di tubercolosi nel secondo anno di Guerra Civile Americana. Muore ma non 'passa oltre': rimane bloccato tra la vita e la morte a causa, sostanzialmente, del dolore inconsolabile del padre.
Ci sarebbero testimonianze storiche di questo dolore, ispiratrici e rappresentate nel libro: Lincoln in ripetute occasioni avrebbe visitato la tomba del figlioletto, estratto e abbracciandone il cadavere.
Uhm.
La struttura del libro è apparentemente disordinata e caotica, ma è, ovviamente/invece, perfettamente incardinata in un crescendo emotivo ed espressivo.
Lincoln in the Bardo è composto da 2 tipi di capitoli: ci sono capitoli composti da citazioni da saggi e altri documenti storici relativi ai comportamenti pubblici e privati del presidente in quel tempo.
Le citazioni da questi libri sono montante e organizzate per offrire una narrazione... quasi come una tesi compilativa, ma è un lavoro incredibile.
La frase citata da un fonte, viene finita da una fonte diversa.
Ancora più incredibile perché, in mezzo a tanti testi realmente esistenti, Saunders ne mescola alcuni fittizi da lui creati.
Questi capitoli, spesso, offrono una prospettiva da iper-Rashomon: la stessa scena con Lincoln viene raccontata in successione da ammiratori e detrattori, interpretata e vista con risultati e preconcetti completamente diversi. In questi capitoli, spesso, ogni informazione è messa immediatamente e radicalmente in dubbio: in questi capitoli composti da documenti storici non fittizi (la buona parte almeno), quindi, si dimostra un relativismo morale e reale totalmente opposto rispetto a quanto presentato nell'altro tipo di capitoli.
L'altro tipo di capitoli, il più numeroso del libro, è il cuore di Lincoln in the Bardo: si racconta l'esperienza del giovane Lincoln nel Bardo, per l'appunto.
Questi capitoli sono quasi scritti come una sceneggiatura: interamente composti da dialoghi (e monologhi) di fantasmi che, insieme al nuovo arrivato, formano una strana e bizzarra società delimitata dal perimetro del cimitero. I dialoghi sono scritti senza connessioni narrative: i personaggi parlano e il nome del parlante è scritto alla fine della battuta, gli interventi e i dialoghi dei personaggi coinvolti sono un'alternanza di frasi, frasi interrotte e altri 'dialoghi diretti' di cui sappiamo il parlante solo alla fine, scritto in corsivo fuori dal testo (imitando parzialmente il modo di citare i documenti nell'altro tipo di capitoli).
All'inizio spiazza ma si prende il ritmo molto in fretta: conosciamo le azioni dei personaggi solo attraverso quanto ne trapela dai dialoghi tra loro. Questo, però, è solo il primo livello: il modo di comunicare di questi fantasmi non è lineare come il nostro. Saunders aggiunge peso artistico scrivendo frequentemente le battute di uno negli spazi di un altro: il personaggio X parla di cosa dette dal personaggio Y. Il personaggio Y sembra riportare quanto detto dal personaggio X al lettore o a un qualche pubblico immaginario. I fantasmi, insomma, non solo parlano tra loro ma si fanno anche il commento.
Inoltre, per imitare le differenze sociali e di età e di stato tra loro, l'utilizzo della grammatica e della punteggiatura, l'ortografia e le regole della lingua sono (possono essere) completamente ignorate.
Sono tutti dialoghi, quindi il libro tenta, anche visivamente, di rappresentare i diversi modi di parlare di adulti e bambini, educati e non, sani e insani di mente.
E' difficile da spiegare, dovrei provare a raggruppare le idee, ma è molto più semplice da leggere.
Lincoln in the Bardo è stato paragonato a Spoon River, ma le somiglianze diventano evidenti solo da un terzo di libro in poi: la presenza eccezionale di Willie, non eccezionale in sé ma eccezionale per l'effetto che i comportamenti di suo padre provocano sugli altri fantasmi (non il fatto che visiti, tutti vengono visitati, ma il fatto che tocchi il corpo) spinge gli altri fantasmi a presentarsi e raccontare brevemente le proprie vicende.
Uhm.
Molto più che a Spoon River, Lincoln in the Bardo fa pensare all'Inferno di Dante (o al Purgatorio naturalmente): Dante/Willie è guidato in questo mondo parzialmente ultraterreno da alcuni spiriti guida che rimangono con lui dall'inizio alla fine, opposti a quelli che compaiono solo temporaneamente. Nell'Inferno, Dante si muove e incontra gente che gli si presenta; qui Willie sta fermo e la gente va da lui a presentarsi. In entrambi i casi: l'occasione è quella di dare una panoramica sociale e storia.
Come i dannati danteschi, anche i fantasmi nel Bardo soffrono di una specie di contrappasso: ogni fantasma assume un aspetto in qualche modo correlato alla sua vita, correlato ma degenerato in modo doloroso e punitivo.
Faccio un unico esempio: un fantasma lussurioso si mostra come un uomo con un pene gigantesco. Gigantesco e difficile da portare in giro.
Diversamente da Dante, però, il Bardo di Saunders è meno definito e determinato: questi fantasmi non sono ancora stati giudicati. Il loro aspetto non è una punizione calata dall'alto, ma una forma di auto-punizione: sono spiriti che si attardano e non riescono a passare oltre perché trattenuti da qualcosa, e questo qualcosa nelle loro psichi si manifesta nel loro aspetto. Grottescamente.
E ancora: i fantasmi non sanno di essere fantasmi. Uno degli aspetti più efficaci e impressionanti e appassionanti di questo romanzo è il modo in cui i fantasmi si supportano l'un l'altro nella delusion di non essere morti, ma malati.
Il modo in cui parlano, il modo in cui decidono coscientemente di evitare alcuni argomenti, il modo in cui si assistono per evitare qualsiasi riferimento alla morte: Saunders inventa una società con una sua consistenza anche linguistica (specialmente terminologica per spiegare la propria condizione che loro considerano naturale pur, ovviamente, essendo tutt'altro) completamente basata su un'illusione, un auto-inganno. Delusion E Denial.
EPPURE, in questa società di morti che fingono di essere ancora vivi, il giovane Lincoln trova solo persone disposte ad aiutarlo o, quanto meno, a non danneggiarlo: c'è una solidarietà tra questi spettri che è completamente opposta, per modi e intenti, rispetto a quel relativismo dimostrato nell'altro tipo di capitoli. C'è uniformità e compattezza nel mostrare simpatia e vicinanza a tutti i membri, anche quelli più odiosi, anche quelli appena arrivati, anche quelli che assolutamente non fanno parte come il vivo Presidente Lincoln.
Il personaggio di Abraham Lincoln è solo raccontato dai suoi contemporanei: vivi e morti, veri e finti. Sì, perché il Lincoln nel Bardo è Willie, ma in un secondo livello è anche Abraham: distrutto dal dolore si disinteressa del paese che ha condotto in guerra contro se stesso.
All'inizio poco, poi sempre di più, i temi della guerra civile e i motivi della lotta tra bianchi e neri entrano nelle parole del libro: non è un libro sul razzismo e non è un libro di storia, ma è anche entrambe queste cose.
NOTA: Lincoln non parla mai direttamente, come detto, e viene solo raccontato. Sul finale del libro, però, c'è una leggera deroga... Lincoln continua a non parlare direttamente, ma i suoi pensieri vengono in qualche modo resi noti. Non voglio fare spoiler. Non è importante, solo una precisazione.
NOTA2: qualcuno ha contato i personaggi del libro. In senso lato, considerando tutti i fantasmi, anche quelli che vengono solo riferiti senza mai parlare, e considerando tutte le fonti documentarie citate: il totale sarebbe 166 personaggi. Questa impressionante mole di personaggi è stata un problema durante la produzione dell'audio-libro. L'audiobook di Lincoln in the Bardo pare sia un capolavoro in sé e uno straordinario sforzo produttivo mai tentato prima: a seconda dell'articolo che ne parla, si dichiarano tra i 40 e i 60 narratori diversi circa. Il sito di PRH ha la lista completa ma non c'è verso che mi metta a contare.
Cosa potrei dire ancora? Ironia. C'è un'inaspettata e sotterranea quantità di ironia in questo libro: il denial dei fantasmi è frequentemente ai limiti dell'esilarante, le contraddizioni tra le fonti storiche sono intrinsecamente buffe. In un libro incentrato sul dolore di un padre che ha perso il figlio, il livello di umorismo è da Funeral Party.
Lincoln in the Bardo è un libro di poco superiore alle 300 pagine, ma sono 300 pagine 'finte': senza i tanti accorgimenti grafici, non vorrei esagerare, penso che il libro farebbe fatica ad arrivare a 200.
E' il primo romanzo di Saunders ma è un romanzo piuttosto breve.
E' un bel romanzo? Uhm. Non sarà tra i miei romanzi preferiti del 2020, quindi mi verrebbe da rispondere: non mi è piaciuto. E' un'opera di eccezionale ingegno che pochi autori al mondo avrebbero potuto non solo scrivere, ma letteralmente immaginare; ma è anche un libro che lascia interdetti e sembra spesso trascinarsi: come molti libri con tanti contenuti in poche pagine, si ha l'impressione che alcune cose siano di troppo e/o superficiali. Il destino di un personaggio chiave del libro, dopo essere stato in qualche modo isolato e messo in evidenza rispetto agli altri, viene lasciato in sospeso e senza soluzione.
Il finale è debole e sembra tradire leggermente lo spirito del libro fino a quel momento, ma di questo parlerò brevemente dopo lo spoiler wall.
Mi rifugerò nel classico: è un bel libro, non mi è piaciuto.
SPOILER SPOILER SPOILER
Willie passa oltre e praticamente tutti i fantasmi con lui. Abe supera il suo lutto e riparte di slancio a occuparsi del paese, posseduto dal fantasma di un nero.
Il destino finale del Reverendo viene lasciato sospeso per aria: torna al giudizio ma Saunders non ci rivela quale fosse, ammesso ci fosse, il suo peccato. Il fantasma che lascia con Abe non sembra soffrire dalle restrizioni che spingevano gli altri a non abbandonare il cimitero.

Record of a Spaceborn Few (Id, 2019): terzo libro nella (non) serie "Wayfarers" di Becky Chambers.
La storia comincia, come il libro precedente, a ridosso della conclusione del primo libro; diversamente dal precedente, però, questo non può in alcun modo esserne considerato un seguito: l'unico legame con il primo libro (nessuno con il secondo) è che uno dei personaggi centrali è sorella del capitano Angry Planet.
Ancora più dei suoi predecessori, Spaceborn Few è, come precisamente e appropriatamente dichiarato nel titolo, un libro dedicato a raccontare 'slice of life' nello spazio.
Non c'è una storia in senso stretto: ci sono 5 personaggi che vivono nello stesso posto ma conducono esistenze separate e solo vagamente interconnesse. Ci sono 5 storie che sono, però, 'storie di vita': non avventure.
Il primo libro aveva un'avventura ben precisa e tanti personaggi impegnati a trovare il proprio posto nello spazio; il secondo libro aveva un personaggio alla ricerca del proprio posto nell'universo, ma aveva premesse e possibilità d'avventura a causa di varie circostanze; qui ci sono tanti personaggi alla ricerca di quel qualcosa nella propria vita, ma zero avventura.
Una donna adulta con due figli, un marito lontano e un padre rincoglionito; un teenager che odia dove vive e vorrebbe qualcosa di più ma non sa bene cosa; una giovane donna sola che ama il suo lavoro ma si sente sola; una donna di mezza età che ospita un amico alieno; un giovane uomo alla ricerca delle proprie origini.
Gli Exodans. Gli umani originali.
L'umanità si avventurò nello spazio per sopravvivere a un pianeta distrutto. Costruì una flotta Battlestar Galactica style, ebbe la fortuna di un buon Primo Contatto Star Trek style.
Oggi, il grosso degli umani vive sparso qua e là per l'universo in una grande società insieme a tante altre razze aliene. La più grossa concentrazione umana, però, vive ancora nella flotta.
La flotta non ha più una vera ragione d'essere... di pianeti dove vivere ne hanno trovati a bizzeffe, ma molti umani si sono resi conto, dopo generazioni di vita da spacers, di non voler vivere su un pianeta.
La flotta è casa. La flotta, adesso, gira in orbita intorno a un sole. Una città composta di tante super astronavi che sono come città.
I capitoli sono dedicati a singoli personaggi ma non seguono un ordine preciso: nessun personaggio è presentato in due capitoli consecutivi, ma il susseguirsi è dettato esclusivamente da motivi espressivi e narrativi.
E' un libro che punta alla commozione e all'empatia.
Tradizione contro progresso. Razzismo. Coming of age. Cosa vuole dire essere umani. Campagna contro città (per certi versi).
Il libro ha cominciato a piacermi molto quando ho finalmente smesso di aspettare l'inizio di una storia. La Chambers ha un grande talento: riesce a esprimere concetti emotivi propri di una visione e attenzione tipicamente femminile, senza leziosità; in un perfetto setting fantascientifico, racconta vicende da romanzo del Novecento. Ognuna di queste storie avrebbe potuto essere protagonista di un proprio libro, ma sarebbero stati 5 o 6 libri estremamente pallosi: così funziona molto bene.
Si legge volentieri, ma è il peggiore dei tre finora.

Nichijou - My Ordinary Life: serie d'animazione giapponese in 26 episodi più un OAV 'episodio zero' originariamente trasmessa nel 2011. Adattamento dell'omonimo manga in 10 volumi pubblicato tra il 2006 e il 2015.
La serie è andata in onda prima che il manga finisse. Il manga è concluso ma ne esistono dei seguiti/spin-off.
E' una storia comica di vita di tutti i giorni di studentesse di high school.
La 'vita di tutti i giorni' di queste studentesse comprende robot, armi da fuoco e commedia slapstick estrema.
Ogni episodio è composto da vari sketch, alcuni di questi sketch (nel corso della serie) divengono segmenti ricorrenti: la serie possiede una sua trama e continuity interna con riferimenti incrociati.
La serie animata non adatta in modo completamente fedele e preciso la storia del manga.
L'ordine dei capitoli del manga corrisponde solo in parte agli episodi degli anime, certi eventi o informazioni sono trattati in maniera diversa... giusto per fare un esempio: il rapporto tra le 3 studentesse normali e quella robot.
La comicità è un po' altalenante: alcuni sketch sono esilaranti e mi sono spesso trovato a chiamare mia moglie per condividerli, trovando corrispondenza nel suo ridere. Altri (molti) sketch sono simpatici. Altri (non molti) sono noiosi. C'è la solita tendenza giapponese a protrarre le scene troppo a lungo.
L'animazione è spettacolare ed è, da sola, motivo più che sufficiente per guardarla: una produzione Kyoto Animation, diretta da Tatsuya Ishihara e scritta da Jukki Hanada.
Raccontare la trama è impossibile ma, per darvi un'idea di massima: assomiglia più a Asobi Asobase che a Lucky Star, ma il paragone più calzante è certamente con l'indimenticabile, geniale Cromartie High School.

The King: produzione Netflix uscita qualche mese fa. Mia moglie ha continuato a non volerlo vedere, ieri mi sono rotto le balle e l'ho guardato da solo... e presto ho cominciato a saltare qualche parte e mandarlo avanti. L'ho visto circa tutto. Due ore e mezza decisamente troppo abbondanti.
E' una specie di quasi adattamento di parti dell'Enrico IV ed Enrico V di Shakespeare: il linguaggio della sceneggiatura, non consistentemente, imita quello del poeta.
Enrico IV è un re malvagio e pazzo, il figlio lo odia e, dopo essere salito al trono, cerca di essere un re migliore e diverso ma finisce costretto a far guerra alla Francia, far morire un sacco di gente e tornare a casa vittorioso ma avendo tradito tutti i suoi ideali. Più o meno.
Diretto da David Michod, il suo precedente film è stato lo strano War Machine con Brad Pitt (che qui produce). Interpretato da gente di cui non saprete il nome ma già visti in tantissimi film, caratteristi.
Joel Edgerton in un ruolo comprimario ben interpretato.
Robert Pattinson in un ruolo comprimario mal interpretato: involontariamente o inconsciamente ho guardato questo film con Pattinson il giorno dell'uscita della sua prima immagine ufficiale con il costume di Batman. L'orrore. L'orrore. L'ORRORE.
Non è un brutto film, ma è letteralmente il solito film in costume medievale come qualsiasi altro dopo Braveheart.

It’s 2059, and the Rich Kids Are Still Winning (Id, 2019): ok, questo è imbarazzante. Ho salvato il link a questa pagina il giorno della sua messa online il 27 Maggio 2019, ho salvato il link nella barra quindi l'ho visto pressoché ogni giorno da allora: l'ho letto soltanto adesso. Nonostante sia la più recente produzione del maestro Ted Chiang. 
Tutto ciò detto. 
E' stato il primo in una serie di articoli commissionati e pubblicati dal New York Times a scrittori di fantascienza e scienziati: il termine op-ed indica editoriali scritti da personale non affiliato al giornale di pubblicazione. Non ho idea se la serie sia continuata/stia continuando. 
NYT ha chiesto a questi scrittori, Ted Chiang per primo, di immaginare un editoriale che potrà essere scritto nel futuro: 10, 20, 100 anni nel futuro. Immaginare un articolo che potremo/potremmo leggere nel prossimo futuro. 
Chiang ha puntato sull'ingegneria genetica: nel futuro i ricchi avranno tutti i loro figlioletti perfezionati e resi più intelligenti grazie a qualche piccola modifica del loro patrimonio genetico. 
I poveri avranno a disposizione programmi gratuiti per dare loro le stesse opportunità. 
Ad alcuni di loro almeno: un po' come quei progetti delle star del basket per togliere i ragazzi dalle strade o le borse di studio o altre cose simili. 
La visione di Chiang è che aumentare l'intelligenza di giovani di famiglie povere non aumenterà le loro possibilità di successo, perché la nostra non è una società capace di premiare l'abilità o il merito: a parità d'intelligenza, le famiglie ricche avranno sempre il vantaggio... quindi è come se non cambiasse alcunché. 
Non ho contato le battute, si legge in un minuto. Un minuto estremamente ben scritto, seppur evidentemente in una forma giornalistica non del tutto congeniale a Chiang, e ricco di contenuto.

Dragon Quest - Your Story: è peculiare. Non trovo una parola migliore per descriverlo. Lungometraggio d'animazione giapponese in cg, prodotto dagli studi Robot e Shirogumi, distribuito internazionalmente da Netflix.
Niente Polygon questo giro e il diverso risultato è subito evidente: questa è una produzione dal budget consistente. Dragon Quest Your Story è uno dei migliori film in cg prodotti dai giapponesi.
Il livello giapponese in questo settore non è molto alto, quindi potrebbe non essere quel gran complimento, ma è un buon film: tecnicamente valido, ottima presentazione... narrativamente è una cosa un po' strana.
La storia è quella di Dragon Quest V, originariamente uscito per snes nel 1992. Non l'ho mai giocato.
Non sono un gran fan di Dragon Quest ma ne ho giocati abbastanza da cogliere grossomodo tutto il fanservice inserito nel film.
La storia di Dragon Quest V è generazionale e molto lunga, il film dura poco più di un'ora e mezza: molto è stato tagliato ma, inaspettatamente, meno di quanto immaginabile. La scelta presa dall'autore della sceneggiatura (che è stato anche chief director ma non starò a nominare) è stata quella di raccontare il più possibile utilizzando frequenti 'riassunti'.
Il gioco comincia con alcune scene che, effettivamente tratte dal gioco o meno non saprei dire, sono state realizzate per sembrare l'originale rpg a 16 bit. Il prologo è rapidamente raccontato in questo modo, poi c'è la transizione all'effettiva 'grafica' del film. Successivamente, il film sfrutta frequentemente delle 'cartoline narrative' per mostrare alcuni momenti chiave qua e là tra i punti effettivamente oggetto della storia. Il passo del film, in questo modo, è irregolare ma non difficile da seguire: un attimo prima l'eroe ha 10 anni, quello dopo è sposato con un figlio, quello dopo il figlio è abbastanza grande da combattere accanto al padre... vengono saltati molti passaggi, ma la logica della storia è abbastanza semplice ed evidente da non essere massacrata.
L'animazione è davvero ben fatta e, personalmente, la trovo molto migliore di qualunque recente Captain Harlock o Final Fantasy: è fatta per imitare il classico stile di Dragon Quest, senza però essere sfacciatamente ispirata a Toriyama.
C'è poi la questione del finale... non mi è dispiaciuto, ma ne parlerò dopo lo spoiler.
E' un buon film ed è un raro buon film in cg per i giapponesi.
SPOILER SPOILER SPOILER
In pratica è SAO. Il protagonista è un appassionato di Dragon Quest che sta sperimentando l'ultima versione VR, c'è un virus che fa impazzire il finale e lui salva il mondo, finisce il gioco e torna alla realtà.
E' un'ode dei videogiochi come forma di intrattenimento e passione per i giocatori. Il messaggio finale è un po' eccessivo e stupido, ma non è indirizzato agli ultra quarantenni: all'età target tutto sembra molto serio e drammatico.

I Vagabondi (Bieguni, 2017): vincitore dell'International Booker Prize nel 2018. Il premio, dal 2016, è assegnato esclusivamente a testi tradotti in inglese: autore e traduttore condividono il premio.
L'edizione italiana per Giunti è, apparentemente, tradotta dall'originale polacco.
Il titolo scelto per l'edizione inglese è 'Flights', molto più corretto di quello italiano in relazione all'originale: stando alla wikipedia, 'bieguni' significa fuggiaschi e riferisce a una particolare setta di Cristiani Ortodossi conosciuti come 'Beguny' o i 'Veri Cristiani Ortodossi Peregrinanti'.
...salto il resto della spiegazione: 'vagabondi' dà l'idea di qualcuno a cui piaccia viaggiare, 'Bieguni/Flights' implica la necessità di viaggiare per scappare da qualcosa.
Mi sembrerebbe diverso, ma non conosco minimamente il polacco e questa critica al titolo italiano deriva da pochi minuti di ricerca online.
Tutto ciò detto.
L'autrice, Olga Tokarczuk, ha anche vinto il nobel per la letteratura, sempre nel 2018.
I Vagabondi è un... diario. Un diario senza date o riferimenti precisi di luogo. Composto da 116 voci di varia lunghezza: alcuni sono commenti e brevi racconti in prima persona dell'autrice, altri sono racconti in terza persona ispirati a personaggi incontrati durante i viaggi e/o da cose viste durante i viaggi. Questi racconti, quindi, possono essere dedicati a personaggi senza nome completamente inventati o a personalità realmente esistite.
E' un diario di viaggi e l'autrice lo fonda sulla finzione (presunta) che sia letteralmente il suo quaderno di appunti durante il suo continuo peregrinare per il mondo. Una zingara.
C'è autobiografia, c'è finzione. Ci sono riflessioni personali e, a dirla tutta, c'è davvero un po' di tutto.
E' un romanzo informe o proteiforme.
Pensieri sparsi e racconti parziali, interrotti e poi ripresi sparpagliatamente nel corso del testo.
Lungi dall'essere una struttura precisa e pulita, non è il Decamerone, i Vagabondi possiede, comunque una sorta di filo conduttore tematico ricorrente: non sono proprio pensieri a cazzo.
Naturalmente si parla del senso del viaggiare e dei modi di viaggiare, non tanto dei modi fisici ma di quelli psicologici connessi all'atto di partire per andare da qualche parte, o partire per non essere più da qualche parte. C'è, più interessante, una curiosa e morbosa tematica dedicata a corpi e cadaveri: l'autrice visita assiduamente tutti i luoghi con esposizione di reliquie sacre (corpi e parti di corpi di santi) e mostre di plastinazioni alla von Hagens (citato nel testo: alcuni dei racconti parlano di suoi precursori e successori), o i vari gabinetti delle curiosità contenenti vasi con freak e altre deformità grottesche.
Non c'è una storia, ergo non c'è un finale. Fastidiosamente, anche molti dei racconti sono 'incompiuti': privi di un finale pieno.
Sembrerebbe un agglomerato di scritti raccolti alla rinfusa da un autrice grafomane tra un aeroporto e una stazione, ma sarebbe scorretto mancare di evidenziare l'esistenza di una lieve struttura interna: a volte solo vagamente percettibile, in altri casi marcatamente diretta. In altri casi, a dirla tutta, impossibile da riconoscere.
Mi trovo in una condizione particolare nel parlare di questo libro perché io non viaggio.
Non sono un hikkikomori: sono continuamente in giro tutto il giorno... per il quartiere con il cane di solito. Conosco tutti nel quartiere ma, se posso, non esco dal quartiere: le mie radici sono profonde e il mio stato è stanziale. Mi infastidisce uscire dal quartiere, figurarsi dai confini della città.
L'autrice basa se stessa su una caratterizzazione che si oppone, completamente altra, a una delle mie principali... e la rappresenta compiutamente su carta: la natura erratica dell'autrice si riflette perfettamente nei movimenti eccentrici dei racconti e nel susseguirsi appena orientato dei componimenti di questo libro.
Il libro non mi è piaciuto, però mi è piaciuto leggerlo.