The Omnivore's Dilemma (Id, 2006): giornalista americano, Michael Pollan si è costruito da una carriera da esperto di ambiente e del rapporto tra cibo e società. Questo è il suo libro più famoso. 
Il 'dilemma dell'onnivoro' del titolo è un'espressione coniata negli anni '70 dal celebre psicologo americano Paul Rozin. 
Un Koala mangia eucalipto e solo eucalipto: se sembra eucalipto e sa di eucalipto, è la sua cena; gli onnivori, invece, potendo mangiare tutto, devono decidere cosa mangiare, devono imparare cosa evitare, distinguere cosa è velenoso da cosa 'fa bene'. 
Questo è il dilemma dell'onnivoro: la scelta causa problemi. 
Trasportato al giorno d'oggi, l'autore applica il concetto al presente contesto americano. 
NOTA: il libro parla di America del Nord e solo di America del Nord, il che lo rende un po' limitato alla nostra lettura. Molte cose, la maggior parte, sono universali alla cultura occidentale, ma non tutte.
Specificamente, il contesto americano è privo di tradizioni culturali culinari secolari e ingranate nella società, come l'Italia per dire. In America ogni anno c'è una nuova dieta, un nuovo cibo nemico che prima era amico del cuore, una nuova fobia e un nuovo fad alimentare.
La domanda 'cosa mangiamo stasera?' è diventato qualcosa capace di causare ansia, stress e interminabili studi per trovare la cena perfetta.
Rispondere a questa domanda richiede di capire, innanzitutto, da dove venga il cibo. 
Il libro è diviso in 3 parti ognuna dedicata a una delle 3 principali food chain dei giorni nostri: quella industriale, quella organica e quella 'personale' (spiegherò più avanti); il libro le racconta dall'inizio, a partire da una pianta, alla fine, la nostra tavola. 
Protagonista della food chain industriale è il Corn, il mais. Questa è la catena alimentare più lunga e complicata per via della distanza tra il prodotto iniziale e quello finito, il mondo dei processed food ci rende spesso assolutamente difficile capire cosa stiamo mangiando.
In un modo o in un altro, il corn è ovunque; il mais è peggio dell'invasione dei trifidi: tutto è fatto di mais, anche noi cominciamo a essere fatti di mais. 
Si parte con una breve lezione di botanica e storia della selezione naturale del mais odierno, molto diverso da quello originale; si parla del sistema delle fattorie americane per l'industria.
A questo punto un inciso: Pollan si tiene lontano il più possibile dalle problematiche morali relative al consumo di carne o all'allevamento intensivo, lo dichiara esplicitamente; la sua missione è raccontarci il viaggio trasformativo del mais in un panino da fast food, ma quando arriva alla parte dei feedlot e della trasformazione del mais in carne, la condizione delle bestie coinvolte è obbiettivamente repellente. 
Si può anche accantonare la questione morale, ma quella sanitaria e ambientale provocata dall'industrializzazione del cibo sono sotto gli occhi di tutti. 
Il mais diventa carne che diventa processed food, che può diventare whiskey o hamburger o coca cola, obesità e altre patologie; inquinare pesantemente e impoverire il pianeta, etc etc. 
Il capitolo sull'Organico (anche definito 'pastoral') è diviso a sua volta in due parti: ci sono molte sfumature di organico, alcune letteralmente agli opposti l'una dell'altra; è un panorama confuso e pieno di tipi e contraddizioni: si va da Whole Foods, il nostro Natura Sì, al cibo comprato dall'azienda agricola a km zero.
Protagonista di questo capitolo è l'erba. L'autore segue, quindi, il viaggio dell'erba attraverso due viaggi chiamati entrambi 'organici' ma completamente diversi tra loro, quello del supermercato e quello della fattoria.
L'insieme delle piante che chiamiamo 'erba' è alla base di tutto: il difficile compito dell'organico è organizzare animali e colture a imitazione della natura ma a servizio della produzione.
Big Organic con compromessi vs organico regionale. 
Il problema morale accuratamente evitato, ma pienamente espresso e rappresentato, qui riguarda la manipolazione informativo, spesso illegalmente truffaldina, dietro l'organico industriale.
Senza tirarla troppo in lungo: la maggior parte della roba nei supermercati organici è una letteralmente una truffa con poche o nessuna differenza rispetto all'industriale ufficiale, certamente nessuna sufficiente a giustificare il prezzo superiore, fatta di pubblicità ingannevoli e leggi sbagliate (o aggirate).
C'è un po' di storia del 'movimento organico' in America dalle radici (pun) nella controcultura antisistema degli anni '60, al tradimento dei valori e successo trasformazione capitalistica.
Sempre senza criticare apertamente, l'autore non fa troppa differenza tra quello che diventa obeso mangiando fast food senza sapere cosa ci sia nel suo cibo, e quello che si beve le calibrate falsità dell'industria dell'organico buttando via soldi senza motivo.
La parte dedicata all'organico vero, per mancanza di un termine migliore, è più semplice da capire perché tutti abbiamo un'idea circa di cosa sia una fattoria tradizionale, ma sorprendente per il livello di pianificazione e analisi: l'istinto e l'esperienza tramandata del contadino, sostituita da tabelle e studi e ricerca al fine di ottimizzare la produzione senza compromettere sugli ideali.
L'autore trascorre una settimana in una fattoria.
Il farmer che lo ospita dichiara: questa (fattoria) è un organismo dove ogni parte comunica con la successiva in un circolo autosufficiente, un ecosistema opposto al meccanismo produttivo lineare che è l'industria.
Tutto ciò detto, mentre la produzione industriale è nociva ed eccessiva e di qualità inferiore, quella organica non basterebbe a nutrirci tutti... e costa troppo e offre meno scelta.
L'autore intervista e parla con persone, da questo punto di vista, la differenza tra organico e industriale si riflette anche nel tipo di umanità coinvolta: l'indifferente avidità del dipendente/dirigente si oppone all'esaltazione radicale dell'indipendente antisistema.
La terza food chain è un esperimento e una rappresentazione di concetto: l'autore decide di provare a cenare con cibo interamente e unicamente 'lavorato' da lui. Qualcosa di cacciato, qualcosa di raccolto e qualcosa di coltivato.
La food chain 'personale' o quella a imitazione degli hunter/gatherer del passato, ancora esistenti in limitate sottoculture o zone rurali. Non praticabile al giorno d'oggi per vari motivi, il più evidente quello della popolazione, qui presentato solo per completezza (e per fornire un estremo con il quale rappresentare l'organico come via di mezzo: espediente un po' bieco, ma ci torneremo dopo).
Arrivati a questo punto, l'autore si concentra sulla morte degli animali: a livello industriale, la morte degli animali avviene a porte chiuse, invisibile e lontana; a livello della fattoria locale, la morte degli animali è diretta e sentita, l'autore ha già partecipato all'uccisione delle galline nella fattoria del capitolo prima, ma si trattava di una sorta di compimento del ciclo naturale. 
Qui si arriva all'uccisione diretta, dopo aver cacciato, fatta sostanzialmente senza un vero motivo.
Si parla finalmente di moralità, di vegetariani e diritti degli animali, del riconoscimento della sofferenza degli animali come metro di giudizio sull'umanità del loro trattamento.
L'industria è crudele, brutalmente indifferente, semplicemente malvagia; ma per un vegetariano/vegano, anche la fattoria modello tipo cerchio della vita lo sarebbe, un po' meno ma non diversamente; il vegetariano/vegano è, l'autore nota, qualcuno di urbano così distaccato dalla vita naturale dal trovare inaccettabile consumare e predare la vita di altre creature. 
L'autore non arriva a dire trattarsi di una cosa da snob che non capiscono le reali implicazioni della scelta, ma quasi: il cibo dei vegani è prodotto causando comunque morte di animali; gli esempi e la spiegazione potrebbero risultare indigesti ad alcuni, ma sono credibili. 
Tutto ciò detto e letto, quali sono le conclusioni? 
Parliamo più che altro di scelta informata: andate al fast food, dice, se volete ma sappiate cosa si nasconde dietro la cena così poco costosa; andate a comprare la carne dalla fattoria con gli animali a vista, cercate di capire da dove viene davvero la carne e perché dovrebbe costare di più; provate ad ammazzare un anima, questo lo dico io interpretando, per assumere la responsabilità dello nostro stile di vita.
E' un bel libro, un po' preachy nel finale, ma penso sia inevitabile dato l'argomento.