Quando Abbiamo Smesso di Capire il Mondo (Un verdor terrible, 2020): è uno strano libro che mi è piaciuto molto.
L'autore è un Benjamin Labatut, cileno nato in Olanda; questo è il suo terzo libro ed è stato variamente suggerito tra le migliori pubblicazioni degli ultimi anni.
E' una raccolta di racconti. Circa.
Una citazione senza fonte attribuita all'autore sulla sua pagina della wiki: "it is a book made up by an essay (which is not chemically pure), two stories that try not to be stories, a short novel, and a semi-biographical prose piece".
Sempre l'autore, nei ringraziamenti, spiega il metodo utilizzato: è una raccolta di racconti dove si mescolano storia e finzione secondo un rapporto progressivamente invertito; il primo è quasi tutta storia documentata e poca finzione, l'ultimo viceversa.
Al centro di ogni racconto c'è una particolare idea scientifica/momento rivoluzionario della scienza contemporanea. Al centro di ogni racconto ci sono una o più figure di scienziati autori di quella particolare idea.
Ogni passaggio successivo approfondisce la conoscenza umana del mondo, ma ne allontana la comprensione.
Sarò suggestionato dalla lingua originale dell'autore, ma ci vedo molto di Borges.
Oltre al metodo di cui sopra, i racconti assecondano una certa struttura interna: la maggior parte degli scienziati sono tedeschi, tutti i racconti si svolgono interamente o in parte durante e tra le due guerre mondiali; ogni idea scientifica provoca effetti positivi e negativi, c'è insistenza nel presentare coincidenze e scoperte fortuite; la scienza si identifica sempre di più con la filosofia e gli scienziati arrivano generalmente a pentirsi delle proprie scoperte e/o impazzire.
Oltre al metodo di cui sopra, i racconti assecondano una certa struttura interna: la maggior parte degli scienziati sono tedeschi, tutti i racconti si svolgono interamente o in parte durante e tra le due guerre mondiali; ogni idea scientifica provoca effetti positivi e negativi, c'è insistenza nel presentare coincidenze e scoperte fortuite; la scienza si identifica sempre di più con la filosofia e gli scienziati arrivano generalmente a pentirsi delle proprie scoperte e/o impazzire.
Un po' banalmente, l'ultimo racconto funge da epilogo circolare andando a recuperare quanto nel primo. In generale i racconti possiedono una loro continuity progressiva interna.
Nel primo si parla di chimica, di colori artificiali e veleni, arte e armi di distruzione di massa.
Nel primo si parla di chimica, di colori artificiali e veleni, arte e armi di distruzione di massa.
Nel secondo si parla di fisica e astrofisica, teoria della relatività, lo spazio e l'orrore dei buchi neri, la certezza della morte dell'universo.
Il terzo è matematica 'estrema', teoria dei numeri e cose del genere, ed è quello con personaggi più vicini ai giorni nostri: comprendere la natura della realtà porta alla pazzia.
Il quarto, quello che dà il titolo italiano alla raccolta, è dedicato alla fisica delle piccole cose, la meccanica quantistica e la resa della comunità scientifica all'indeterminismo, al sapere come funzionano le cose ma non poterlo spiegare.
L'epilogo in prima persona è l'incontro con uno scienziato che ha abbandonato la scienza per darsi al giardinaggio.
Il libro peggiora racconto dopo racconto: i primi 2 sono ottimi e ricordano un po' quelle lezioni-spettacoli di Marco Paolini, storie documentate ma romanzate di tragedie fatte di errori umani e terribili coincidenze e conseguenze; progressivamente, con l'abbandono della storia a favore della rappresentazione espressiva, l'autore esemplifica la mutazione del determinismo rigoroso e scientifico di Newton e Einstein, nell'indeterminismo caotico ed esistenziale di Schrodinger e Heisenberg, utilizzando un linguaggio sempre più contemporaneo (aka volgare e naturale), figure sempre più immaginifiche e religiose dove la deduzione diventa epifania... e perdendomi per strada.
Si legge molto bene, ma per essere un libro così breve è inaspettatamente insistente e ripetitivo.

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