Be Kind Rewind: la presenza di Jack Black e le scelte nella composizione del trailer ottengono un certo effetto sviante sulle aspettative riguardanti il film, anche se il nome di Michel Gondry dovrebbe chiaramente lasciar intendere la presenza di vaghezze rarefatte e inventiva nella rappresentazione visiva, montaggio ricercato e metatrame composte per ingannare la mente quanto l'occhio. Ciò detto partiamo dai presupposti: ''non ero certo impazzito per Eternal Sunshine'' e ''Gondry torna al cinema di (pià o meno) larga distribuzione dopo qualche anno di progetti legati al suo background musicale e al panorama europeo''. Il New Jersey è il luogo della depressione economica e sociale, la pressione tele-cinematografica esercitata sul suo suolo l'ha reso un posto emblematico anche e orami aldilà dei confini della East Coast (ch-check it out): la Passaic di Be Kind Rewind non è molto diversa dalla Leonardo di Clerks, e corrono somiglianze anche tra i rispettivi film. Abbiamo un angolo di palazzo e relativa strada come non se ne vedevano da Smoke, non c'e' un tabaccaio ma un videonoleggio trasandato gestito da un vecchissimo Danny Glover e dal suo figlioccio Mos Def (a cui farebbe proprio comodo un corso di dizione), costantemente disturbati dall'irritante personaggio interpretato da Black; difficile definire quest'ultimo: vive vicino alla centrale elettrica locale, non si capisce di cosa viva o cosa faccia tutto il giorno a parte bighellonare, è sconclusionato e pazzo anche per gli standard dell'attore: non è una persona vera, solo un mezzo della sceneggiatura troppo evidente e palese, ogni twist gli passa attraverso e viene da lui promosso. Su tutti i personaggi del film Gondry spende poco in termini di profondità, volontariamente bidimensionali si fermano il tempo di recitare battute e spingere avanti il tema del film: il fatiscente palazzo del videonoleggio è prossimo a demolizione, in missione per conto di dio il gruppetto farà di tutto per salvarlo, raggiungendo in questa lotta per difendere l'origine e la tradizione il cuore degli abitanti risvegliando, o riscoprendo, lo spirito sociale della comunità, collegialità d'intenti, mutuo rispetto e forte convincimento, parrocchiale direi, che il tempo speso insieme possa rivalutare al rialzo l'esistenza misera e priva di fine al cui gioco sono condannati tutti i poveri sbandati e perdenti concentrati in paese. Principali leitmotiv di questo umile percorso umano sono la storia, veicolata attraverso prevedibili flashforward, del(l'unico) più famoso figlio di Passaic, il pianista jazz Thomas ''Fats'' Waller: tipica ed eroica storia anni '20 per diseredati e rifugiati in fuga; dall'altra parte abbiamo quel singolo aspetto che alla fin fine caratterizza, pur godendo di scarsissimo tempo in scena e di un trattamento molto rapido, tutta la pellicola, tutta la campagna pubblicitaria e il marketing intorno al film: i rifacimenti amatoriali di film celeberrimi, a partire da Ghostbusters fino a A Spasso con Daisy, passando per Robocop e King Kong. Non fatevi però ingannare: non si tratta di sketch inseriti come scenette all'interno di un film compilation, i personaggi sono attivi in questo business intanto che vivono il resto delle loro crepuscolari vite. Il tutto vira pesantemente verso una visione dell'arte povera reinterpretata con curiose e dubbie motivazioni anticapitalistiche dove la rassegnazione vitale dei protagonisti confonde nei messaggi dalla moralità grigia che vedono protagonisti l'avvocato della ''siae'', il costruttore filantropo, la centrale elettrica. Il film non va da nessuna parte eppure arriva a un finale che lascia perplessi quanto il resto, il buonismo da dopoguerra in un paese sconfitto non mi sembra troppo diverso dalle solite menate propinate dai cartoni Disney: come se non bastasse si rasentano due lunghissime ore di durata complessiva; ciò detto il regista è dannatamente bravo, non ho mai provato il desiderio di mandare avanti (di spenere sì).