Le Venti Giornate di Torino (Id, 1977): c'è tutto un giro editoriale particolare e fuori dal comune dietro la ripubblicazione di questo 'classico perduto' di Giorgio De Maria, ma lo sintetizzerò nei suoi dettagli più scemi, perché sono i più memorabili.
Pubblicato nel 1977, ultimo romanzo di una curiosa personalità italiana degli anni '60, uomo di cultura e artista poliedrico fortemente politicizzato, venne tiepidamente accolto e subito dimenticato.
L'anno scorso è stato tradotto in inglese-americano da uno scrittore/giornalista australiano che pubblica abitualmente su una rivista di nome "Jacobin", che si autodefinisce la "leading voice of the American left". Questa traduzione delle Venti Giornate è poi stata pubblicata in America dall'antico editore indipendente Norton & Company: casa editrice fondata nel 1923 e... di proprietà dei suoi dipendenti.
Avete notato il filo conduttore?
Questa non è controcultura, ma proprio sottocultura vera e propria e non avrebbe mai e poi mai visto la luce del giorno delle strade più popolari se non fosse stato per l'intervento di quello che non ti aspetti.
Jeff VanderMeer.
Il grande trendsetter, oggi lo definiremmo influencer, della speculative fiction americana: sempre in prima linea nella promozione e divulgazione della letteratura di genere nelle sue forme più ricercate.
Ecco: VanderMeer non mi dà l'idea di essere un socialista-comunista. Sarà che ho da poco visto l'infelice adattamento di uno dei suoi più famosi romanzi prodotto da Netflix, sarà che insieme alla moglie ficcano il proprio nome in qualsiasi raccolta di racconti manco fossero i Besson dei libri.
Comunque sia... VanderMeer legge il libro di De Maria e ne scrive una breve recensione a dir poco entusiastica.
La recensione causa visibilità all'edizione americana del libro, che viene preso in mano da altre persone: letto e recensito a cascata. A un certo punto, qualcuno (cominciavo a perdere interesse e non ho voluto ricercare chi sia stato), compie l'opera di marketing finale e associa a questo testo del 1977 il nome di Facebook.
Nel circuito delle review, l'ignoto autore italiano diventa un nuovo George Orwell capace, nel 1977, di prevedere l'esistenza di Facebook. In un periodo, tra le altre cose, quando Facebook è al top delle controversie e, forse, all'inizio della sua parabola discendente.
Tutto questo concorrere di coincidenze storiche e sociali è avvenuto aldilà dell'oceano, ma è stato notato dal piccolo editore italiano Frassinelli (che nel suo catalogo offre anche un'inaspettato Gregory che ho acquistato ma devo ancora leggere, Spoonbenders, offerto con un titolo italiano raccapricciante) e prontamente ripubblicato nella sua lingua originale.
Fine.
Veniamo al libro.
Un giovane torinese pienamente funzionale sta investigando per curiosità e catarsi un evento avvenuto a Torino 10 anni prima, colloquialmente noto come 'Le 20 Giornate di Torino' di cui nessuno ha piacere a parlare, tutti vorrebbero dimenticare e, forse forse, non è durato solo quelle 20 giornate.
Tra il 2 e il 22 di luglio (21 giornate?) di 10 anni prima, diciamo il 1967, Torino fu teatro di una serie di spaventosi omicidi. Ne parlarono tutti i giornali, anche esteri: intervenne il capo dello stato, la polizia e, come alcune delle migliori storie italiane di quegli anni, dopo un po' non se ne fece nulla e tutto finì insabbiato.
I cittadini torinesi, in quei giorni, soffrirono di una diffusa insonnia di massa: si aggiravano per strada la notte in stato più o meno confusionale, qualcuno di loro veniva afferrato per le caviglie e sbattuto a destra e sinistra a mo' di clava umana... qualcosa che oggi è possibile vedere in alcuni videogiochi violenti, tipo God of War.
Il libro è molto breve quindi spiegherò il resto della trama solo alla fine.
Il vocabolario italiano di De Maria è perfettamente contemporaneo; il 1977 è abbastanza vicino da non incappare in termini desueti o formule fuori corso; la formulazione delle frasi potrebbe suonare, anzi: suona decisamente passata, ma è una lettura pienamente fruibile, non ostica e, seppur non di eccezionale qualità (non è Calvino), molto al di sopra di quanto siamo abituati a leggere oggi, specialmente per l'utilizzo impeccabile della grammatica.
Sempre ricorrendo a citazioni dalle recensioni americane: questo testo di De Maria è accostato a Lovecraft. Il paragone è molto più sensato e sensibile di quanto immaginabile: c'è l'investigazione, c'è la pazzia incipiente e c'è l'orrore indicibile. Sono tutti tratti di Lovecraft.
A livello tematico, non ci sono dubbi sulle influenze di Lovecraft su De Maria: qualsiasi altro paragone andrebbe stoppato alla constatazione di due date.
Questo libro è stato pubblicato nel 1977, Lovecraft morì nel 1937.
Tutto ciò detto: ho preso a mano questo libro con grande snobbismo personale, non troppo inconsciamente con l'intenzione di poter schifare una volta di più VanderMeer e ridicolizzare l'editoria italiana capace di riscoprire un 'classico' solo perché segnalato dall'estero.
E' in realtà un gran bel romanzo, scritto bene con un italiano d'altri tempi e dimenticato in questi tempi di social, con un soggetto assolutamente unico, toni completamente inesistenti in letteratura italiana e un finale eccezionale.
Ecco, non fosse altro che per il merito di essere sostanzialmente senza eguali in Italia, Le Venti Giornate di Torino andrebbe acquistato e letto. Complimenti alla lungimiranza di Frassinelli.
NOTA: nel libro si parla della Biblioteca, con la B maiuscola. Un'istituzione fondata misteriosamente per raccogliere manoscritti non pubblicati, di privati per la lettura di privati, inizialmente anonimamente condivisi e, solo dietro pagamento, rivelati degli autori con la possibilità di essere messi in contatto. Quindi, per certi versi, una specie di precursore dei social network con la possibilità di creare e condividere contenuti prodotti da sé, spesso di natura privata, realizzati al di fuori del perbenismo e delle regole. Quindi insulti, violenza verbale, feticismi sessuali etc etc.
NOTA2: il libro è fortemente connotato di temi politici poco sensati per noi, oggi, ma che sarebbero risultati molto più chiari ed evidenti 40 anni fa. Poteri misteriosi che si muovono nell'ombra e in qualche modo conoscono o addirittura promuovono la violenza per le strade di Torino, poteri misteriosi che per aspetto e modi assomigliano tanto a giovani fascisti e conniventi ecclesiastici.
SPOILER SPOILER SPOILER
Ah, a dire il vero non è chiaramente spiegato: in ogni caso sono le tante statue di Torino a prendere vita e duellare tra loro per i piedistalli migliori, usando come armi i passanti in qualche modo mentalmente soggiogati e spiritualmente turbati da poteri sinistri apparenti nella Biblioteca e in altro.
Il nostro eroe, alla fine del libro, cerca di scappare da Torino perché assediato dalle forze del male che vogliono farlo desistere dalla sua indagine. Viene rapito e costretto a diventare arma nel duello tra due statue.

Godzilla - City on the Edge of Battle: ovvero il secondo film d'animazione di Godzilla scritto da Urobuchi, co-prodotto e distribuito internazionalmente da Netflix. Uscito oggi.
Cast e staff sono più o meno gli stessi del primo film.
E' migliore del precedente ma rimane una cagata, e l'animazione si direbbe peggiore (ma è difficile dirlo a causa dello stile comunque merdoso di Polygon).
Vado di SPOILER SPOILER SPOILER alla grande tanto per questo film quanto per il precedente.
Il primo film aveva la trama di Wall-E: gli umani fuggiti dalla Terra a causa dell'inquinamento e di Godzilla tornano dopo 20.000 anni per riconquistarla. A differenza di Wall-E, in 20.000 anni la Terra non è tornata verde e pulita, è diventata anzi Pianeta Godzilla e tutto l'ecosistema si è inchinato al Re Lucertola.
Alla fine del primo film, i nostri eroici umani e i loro alleati alieni erano riusciti a sconfiggere Godzilla... Jr.
Il colpo di scena finale era stato appunto la rivelazione di un babbo Godzilla originale da 300 metri decisamente più incazzato del piccolo Godzilla appena sconfitto; il secondo colpo di scena finale era stato invece il classico: "oh, ma guarda! L'umanità non si è realmente estinta ma è in qualche modo sopravvissuta".
La storia riprende immediatamente.
Il nostro sfigato comandante umano è stato salvato da una nuova umana e, insieme a lui, si sono salvati quasi tutti gli altri protagonisti umani e alieni.
La sceneggiatura di Urobuchi è decisamente migliore in questo secondo film, non direi interessante ma almeno è possibile notarvi un certo sforzo per scovare qualche idea.
La nuova razza umana è incrociata con i bacarozzi: sembrano umani ma hanno dna insetto.
La nuova razza umana è composta da un sacco di gente e da 2 gemelle telepatiche.
La nuova razza umana venera l'uovo lasciato dal loro dio insetto prima di morire sconfitto da Godzilla.
Yep. Non si vede nel film ma c'è una giovane Mothra nascosta nelle profondità della Terra.
La nuova razza umana decide di non aiutare la vecchia razza umana.
Fortunatamente ci sono gli alieni: gli alieni alleati degli umani sono divisi in due razze. La razza dei guerrieri-scienziati che credono solo nella logica, la razza degli elfi-preti che credono nel destino cosmico e un po' nella magia.
Questo secondo film è dedicato ai primi.
Prima di abbandonare la Terra 20.000 anni prima, gli alieni razionalisti aveano costruito MechaGodzilla, ma non erano riusciti a metterlo in modo (un po' come lo Shin Getter di Armageddon).
20.000 anni dopo scopriamo che MechaGodzilla era semi-senziente e costruito con nanometallo.
Questo secondo film avrebbe dovuto vedere MechaGodzilla contro Godzilla, ma è piuttosto Godzilla contro Trypticon trasformato in Città.
La Città del titolo è infatti MechaGodzilla City (il titolo originale giapponese lo lascia intendere più chiaramente): praticamente, dopo essere stato distrutto da Godzilla, MechaGodzilla si è trasformato in una fabbrica di nanomacchine a forma di città da battaglia e si è nascosto agli occhi di Godzilla attendendo il ritorno dei suoi padroni.
Figo. Realizzato male.
Il nuovo piano è attaccare Godzilla con tutta la Città e ucciderlo.
La Città crea nuove armi, compresi dei robi che sembrano così tanto degli Orbital Frame da essere a rischio causa a nome di Konami, da farsi pilotare ai nostri protagonisti.
Il combattimento inizia e va subito male, così gli alieni razionalisti decidono di fondersi anche loro con la Città, rinunciare al proprio corpo per diventare un mostro più forte di Godzilla (che ammirano come essere supremo). Chiaramente questo nuovo piano sta sul cazzo tanto agli umani quanto agli alieni elfi. Gli alieni razionalisti muoiono inutilmente, Godzilla sopravvive.
Il colpetto di scena finale post-credits di questo secondo film è banalissimo e penso fosse già stato rivelato mesi e mesi fa dalla pubblicazione della trama del terzo film: gli alieni elfi hanno un terrore fottuto di un mostro spaziale al cui confronto Godzilla è una pippona... Ghidorah.
Presumibilmente, il terzo film vedrà Godzilla vs Mothra vs Ghidorah. In uscita a fine anno.

Uncharted - Live Action Fan Film: è uscito da poche ore su youtube e sta spaccando la rete più di quanto abbiano mai fatto i corti di Adi Shankar.
...e fa rimpiangere ancora una volta a tutto il mondo che il carisma di Nathan Fillion non abbia trovato corretta retribuzione a tempo debito.
Diretto da un canadese Allan Ungar, è un cortometraggio di 15 minuti circa con Nathan Fillion nel ruolo di Nathan Drake, Stephen Lang in quello di Sully.
Non ho mai realmente giocato i titoli di Uncharted (aspetto sempre che il prezzo scenda tantissimo o vengano regalati con l'abbonamento), ma è una serie talmente famosa da essere comunque nota a tutti.
E' Indiana Jones ma contemporaneo.
E' un cortometraggio indipendente ma i mezzi sono assolutamente professionali.
Non avrà sviluppi: Fillion è troppo vecchio per fare Drake in un possibile franchise che Sony vorrà far durare più film e più anni. E' però l'ennesimo tassello nella carriera di un uomo che ha capito come trasformarsi in cult vivente.
Nel film c'è anche una significativa parte per Ernie Reyes Jr.
Internet esiste per questo motivo.

Cook Up a Storm: il titolo originale cinese è qualcosa di più vicino a "Clash of the Culinary Gods", il titolo internazionale dovrebbe essere un modo di dire (intuibile ma confermato dal urban dictionary) sul genere di "cucinare con amore e passione".
Uscito durante le vacanze per il capodanno cinese del 2017, Cook Up a Storm è una commedia non comica che prende atto dell'enorme successo raccolto anche in Cina/HK dal Food in tutte le sue accezioni televisive.
...ma è molto più vicino a Master Chef che a Shokugeki no Soma.
Diretto da Raymond Yip, interpretato da un ensemble di grandi attori, si guarda amabilmente per le ottime scene di cibo e duelli culinari: sfortunatamente è troppo occidentale in tutte le sue parti.
Alto budget e alta regia (ma troppo televisiva), bravi attori. E' stato meritatamente un successo ma, così come la cucina mostrata, è un prodotto troppo bastardizzato per essere genuinamente piacevole.
La sceneggiatura, poi, è un casino che si perde per strada dei pezzi e poi non torna indietro a salvarli, limitandosi a ignorarli e far vedere altro cibo.
A Honk Kong esistono ancora delle strade tradizionali ma, naturalmente, gli squali delle grandi imprese le vorrebbero radere al suolo per erigere tutti dei nuovi complessi.
La vita di una di queste strade gira intorno a un famoso ristorante tradizionale in attività da ben 30 anni.
Lo faccio notare perché è una situazione da shock culturale: la frenetica Cina considera 'locale storico', per dirla all'italiana, qualcosa di esistente da 30 anni e vorrebbe già raderlo al suolo per trapiantarvi qualcosa di più occidentale.
Il ristorante è da qualche tempo in mano all'allievo del fondatore, Nicholas Tse... che è riuscito a mettere insieme 37 anni di onoratissima vita e continuare a mostrarne meno di 30. Cucina con passione ma è legato alla tradizione e se ne fotte della presentazione.
Gli squali del business gli aprono davanti un super ristorante da quartieri alti della East Coast e lo sfidano con un cuoco sino-coreano con 3 stellette Michelin, Jung Yong-hwa. Esordiente al cinema ma già attore televisivo e, al solito, cantante e altro.
Succedono cose e i due si sfidano a partecipare e vincere una trasmissione culinaria: il ristorante vincente stabilirà il destino della strada.
...questo aspetto della trama viene poi a perdersi per strada, perché il vincitore della sfida tra i due potrà poi accedere a un'ulteriore super sfida per affrontare il Dio della Cucina (che non è Stephen Chow) Anthony Wong.
Non lo vedevo da un pezzo: è in forma smagliante.
Nel film c'è anche Ge You: amico di Anthony, maestro di Nicholas. Anthony è estranged padre di Nicholas e idolo di Jung.
Il film diventa un po' assurdo verso il finale, ma offre delle belle scene e buona recitazione e cibo da far venire l'acquolina.
Tradizione contro innovazione, innovazione confusa con occidentalizzazione, rapporti generazionali e parentali, schifosi capitalisti malvagi che minacciano il cuore della Cina: è un film molto cinese nei contenuti ma molto poco cinese nella forma.

Paradox: che poi sarebbe SPL 3.
Esattamente come SPL2, anche questo terzo capitolo della serie non è un seguito narrativo della storia e, proprio come SPL2, anche qui ci sono attori dai film precedenti in ruoli diversi.
Wilson Yip smette i panni del produttore per riassumere quelli del regista, affiancato da Sammo Hung per le scene d'azione.
L'inizio non è quello che ci si aspetterebbe: Louis Koo è un bravo poliziotto vedovo con una figlia. La figlia ha 16 anni è incinta e decide di sposarsi con lo sfigato che l'ha inguaiata.
Sembrerebbe l'inizio di una tragicommedia.
Fortunatamente la figlia sparisce misteriosamente in Thailandia e il film si trasforma in Hong Kong Taken. Quasi letteralmente: molte scene simili o identiche.
Tutta una serie di differenze molto hongkonghesi rendono il film un po' più interessante della somma delle sue poche scene d'azione: il padre fa arrestare il fidanzato della figlia per impedire il matrimonio, poi la costringe ad abortire; la figlia scappa in Thailandia per farsi un tatuaggio, poi viene effettivamente rapita e il padre si lancia all'inseguimento aiutato da un poliziotto cinese in Thailandia e dal suo collega poliziotto tailandese in Thailandia. Tony Jaa (piccola parte)... il cui personaggio, oltre a menare come suo solito, è anche immotivatamente psichico.
C'è anche la solita botta di fatalismo con incredibili coincidenze drammatiche dall'inizio alla fine.
Louis Koo aggiunge un alto livello di recitazione espressivo e credibile a tutto il film, ma la sceneggiatura non è granché e, sfortunatamente, il tutto risulta piuttosto noioso: anche a causa di un'interpretazione molto piatta di Gordon Lam nel ruolo del villain senza spessore, e del troppo spazio dato a spiegare il motivo del rapimento. Sarebbero bastati due minuti di dialogo.
Veniamo però all'unica cosa importante nei film SPL: le scene d'azione.
Sono poche e brevi: non è certamente come i predecessori, e l'unica vera sequenza la troviamo a mezzoretta dalla fine. Tecnicamente sono più che eccellenti (c'è un po' di wired action) ma non sono abbastanza.
Il problema, francamente, è il titolo: non chiamarlo SPL se vuoi farne più di un film di menare le mani.

The Sports Gene (Id, 2013): per 7 anni fino a dicembre dell'anno scorso ho lavorato per una persona famosa nel mondo per il suo contributo nel vasto, emergente e non esattamente definito settore della scienza sportiva.
In tutto quel periodo non ho mai letto nulla sull'argomento per divertimento, ma adesso che non lavoro più nel settore: mi manca.
David Epstein è un giornalista sportivo in senso molto lato. Scrive per Sport Illustrated che, a parte essere famoso per le fighe in copertina, è una delle più illustri riviste sportive al mondo, e il suo soggetto di riferimento è il rapporto tra genetica, educazione e atletismo.
Cito: the "great nature-versus-nurture debate as it bears on sports [...] the answer is always: it's both".
Come si diventa grandi atleti? Talento preternaturale o sacrificio e allenamento?
Epstein risponde: entrambe le cose, sempre. E' la risposta corretta e reale ma non soddisfa la curiosità dell'interessato. In quale proporzione? In che modo? Vogliamo dettagli!
Condizioni sociali prolungate nel tempo influenzano i geni, e viceversa.
La povertà al livello del Terzo Mondo può costringerti a una vita letteralmente di corsa, dopo un po' di tempo questo stile di vita modifica per selezione i soggetti più adatti trasformando un intero paese in una fucina di corridori. L'educazione modifica i geni, ma i geni modificano l'educazione: se nasci predisposto per uno sport, ottieni successo in quello sport, e instauri un sistema di modello e inseguimento del modello, di selezione artificiale che promuove il talento attraverso la ricompensa del successo.
Epstein comincia esponendo la famosa teoria delle 10.000 ore.
In pratica: spendi 10.000 ore allenandoti razionalmente in una qualsiasi attività e diventerai un campione.
Il talento non esiste, dipende tutto da quanto tempo si dedica a qualcosa: addirittura si può quantificare un risultato medio per il successo.
Ecco... 'risultato medio' è il primo elemento chiave in questo saggio.
10.000 ore è una media: per diventare un campione a me potrebbero servirne 20.000, a un altro potrebbero basterne 1.000.
I primi capitoli mostrano situazioni paradossali, famose curiosità sportive.
Si inizia, in modo gradevole, con il baseball: esperimenti per testare l'esistenza di super riflessi nei battitori di maggiore successo finiscono invece per dimostrare l'inesistenza di super riflessi, ma scoprono l'esistenza di una capacità imparabile di riconoscere e prevedere l'esito di situazioni specifiche pertinenti il proprio sport.
I più grandi battitori MLB non hanno super riflessi o super vista, ma hanno imparato a riconoscere i segni di cosa sta per succedere e reagire prima degli altri.
Si parla di Jennie Finch, lanciatrice di softball che umiliò famosamente tutti i migliori battitori MLB pur tirando palle più grandi e più lente del normale nel baseball: non perché migliore di qualsiasi lanciatore MLB, ma a causa della diversità di movimento del softball rispetto al baseball che avrebbe impedito ai battitori di riconoscere e prevedere quei movimenti che il loro cervello associa a reazioni sportive di successo.
Si parla del saltatore olimpico svedese Holm e del suo successo completamente basato su allenamento smodato, che venne stracciato malamente da un caraibico senza esperienza e tecnica.
Si comincia a esporre il concetto di 'innate hardware e learned software'.
L'allenamento è necessario per migliorare ma, a parità di tempo speso ad allenarsi, chi parte avvantaggiato rimarrà avvantaggiato.
Nel terzo capitolo si torna a parlare largamente di capacità visiva e baseball: non è una questione di riflessi, dicevamo, ma di riuscire ad anticipare i segni. Vero. E' anche vero che, una vista migliore aiuta ad anticipare ancora prima e meglio quegli stessi segni.
L'allenamento consente di riconoscere i segni, il gene della vista migliore consente di farlo meglio.
Esempio famoso: Boris Baker e Steffi Graf vennero testati da bambini, insieme a tanti altri, e riscontrarono una vista molto superiore alla media. Lo scienziato che li testò previde allora un grande successo per entrambi.
Avere un hardware migliore e sottoporsi ad allenamento costante può rendere il successo sportivo persino prevedibile.
Così avevano fatto a loro tempo i tedeschi, ma non solo.
In Australia per decenni è esistito un programma di analisi e individuazione di giovani potenzialmente di successo nello sport, mirato al successo in determinati sport sulla base di test per diverse caratteristiche fisiche. Risultare fisicamente superiore da bambini avrebbe permesso a questi bambini di accedere gratuitamente ad allenamento e insegnamento.
Si parla della difficoltà di tradurre il successo da uno sport all'altro: Michael Jordan e il basket e dopo il baseball. Jordan aveva talento da vendere ma decenni di allenamento nel basket hanno condizionato il suo cervello rendendogli difficile convertire quel talento in un altro sport.
Finiti questi capitoli esemplari, il discorso diventa più uniforme e teorico: si presentano più statistiche e si traccia un ragionamento più omogeneo e interessante.
Si comincia a parlare di geni specifici.
Si comincia a parlare di differenze tra uomo e donna, di geni dell'atletismo comuni a tutti gli umani, e di nuovo di differenze, ma questa volta tra 'razze'.
Si parte con la Martinez-Patino famosa hurdler che venne privata dei suoi trionfi perché geneticamente maschio... per gli standard di allora.
Il discorso dell'identità sessuale su base genetica è complesso e, stando a Epstein, non definitivo tanto che gli organi di giudizio sportivo internazionali preferiscono evitare e intervenire solo in casi assolutamente notevoli. Tipo Caster Semenya.
Le differenze tra uomo e donna portano a parlare del successo dell'allenamento, letteralmente dell'allenabilità di certi aspetti fisici come la capacità polmonare e la resistenza.
Stesso discorso, nel capitolo dopo, per la capacità di sviluppo muscolare: viene introdotto il concetto di mutazione genetica 'positiva'. I muscoli possono svilupparsi solo fino a un certo punto, senza aiuti chimici, in relazione alle ossa: esiste una mutazione genetica che permette si raddoppiare questo limite. 
La scienza della antropometria, lo studio delle misure umane: fino al 1925 gli atleti inseguivano ancora il mito di Leonardo e l'uomo vitruviano. Non c'erano differenze fisiche sostanziali tra uno sprinter e un sollevatore di pesi.
... da allora lo sviluppo di body type specifici per ogni sport è la norma. Si parla di selezione artificiale e di come le organizzazioni sportive influenzino il successo in uno sport definendo le caratteristiche fisiche di successo.
La NBA è il massimo esempio: prima grande peso dato alla selezione di atleti alti, adesso non importa più che siano altissimi, importa che abbiano braccia lunghissime.
L'argomento basket introduce il tema più spinoso e quello dove lo scienziato si trova spesso a combattere contro la politica. La differenza tra uomo bianco e uomo nero.
Ogni studio che ponga accenti sulle differenze viene boicottato, per ovvi motivi, ma la scienza è molto chiara a riguardo: il colore della pelle è solo un segnale esterno, la reale differenza è puramente di origine geografica.
Vivere più vicini all'equatore condiziona le misure medie del fisico.
"Siamo tutti africani": una delle teorie più amate e odiate al mondo.
L'analisi genetica delle popolazioni del mondo dimostra che deriviamo tutti dall'Africa: ogni popolazione del mondo possiede tratti genetici esclusivi non presenti in altre popolazioni, presenti in tutti gli appartenenti di quella popolazione. Gli africani hanno tutti questi tratti esclusivi, ergo sono la popolazione originale di provenienza dei tanti Adamo ed Eva che hanno dato vita alle altre (super semplificata).
Avendo tutti i tratti genetici, gli africani hanno più probabilità di possedere tratti genetici utili per ogni sport.
Gli ultimi capitoli ci portano in Giamaica e Kenya: sprinter e maratoneti.
La storia ha selezionato queste popolazioni in vari modi, alterando i loro geni in base al successo: letteralmente selezione naturale per motivi sociali. Gli stati sfruttano questi motivi storici per selezionare artificialmente in modo ulteriore per il successo sportivo.
Persino la malaria può essere causa di alterazioni genetiche positive, oggi, per il successo in certi sport. Così come l'altitudine.
Allo stesso tempo, per esempio l'altitudine, sono condizioni non sufficienti in sé.
C'è l'esempio famoso del maratoneta Stefano Baldini, italiano: poca altitudine nella sua vita, niente malaria e condizioni sociali certamente non come quelle dell'Etiopia. Il suo successo è stato talmente inaspettato che lo Stato italiano non è interessato a cercare altri maratoneti.
Si parla di dopamina e il piacere di faticare. Si parla di mutazioni genetiche negative che causano la morte di atleti o una predisposizione a traumi cerebrali.
Si parla del dolore come di qualcosa che si deve apprendere, e conseguentemente anche non apprendere offrendo vantaggi e svantaggi sportivi.
Gli ultimi due capitoli (l'ultimo capitolo e l'epilogo) offrono la vita esemplare di Eero Mantyranta: il super campione di fondo finlandese.
Eero è crebbe nella Finlandia della Seconda Guerra Mondiale, una situazione dove doveva letteralmente sciare per vivere; poi nella Finlandia dopo la Seconda Guerra Mondiale, una situazione dove poveri sfigati come lui potevano sperare di fare due soldi solo grazie allo sci allenandosi come indemoniati.
Una storia di educazione sociale e allenamento che lo portò a vincere medaglie su medaglie.
Molti anni dopo Eero ha scoperto di possedere una mutazione genetica pazzesca che lo rende 'instancabile'. Il gene mutante della medaglia d'oro.
Quale dei due motivi gli ha dato maggiore successo?
Quando leggo un saggio così ben scritto e presentato, provo la stessa soddisfazione di quando finisco una perfetta storia d'amore.
The Sports Gene è uno dei saggi migliori che abbia letto.

Lucifer and the Biscuit Hammer (Wakusei no Samidare): non ricordo l'ultima volta mi sia capitato di parlare di un manga qui sul blog, se non in relazione a un anime visto.
Quindi parliamo di un anime: è da poco iniziato Planet With, serie robotica ideata da Mizukami Satoshi (ne esiste anche il manga, realizzato sempre da Mizukami: si tratta di un progetto multimediale)... "Satoshi Mizukami", il nome mi dice qualcosa.
Ah, l'autore di un manga che mi piaceva molto.
Lucifer and the Biscuit Hammer iniziò pubblicazione nel 2005, subito raccolto da simpatici fan e tradotto in tempo circa reale in inglese. A un certo punto smisi di nuovo di leggere manga, interrompendo sia quelli belli che quelli brutti. Passato di mente per 10+ anni.
Tornato in mente a causa di Planet With, me lo sono goduto enormemente.
65 capitoli raccolti in 10 volumi, pubblicazione conclusa nel 2010.
Fratello e sorella, gemelli, dotati di poteri psichici divini da centinaia d'anni giocano un gioco mortale: lui vuole distruggere la Terra (per diversi motivi), lei cerca di salvarla.
I due stabiliscono delle regole.
Lei ha 12 Cavalieri con poteri psichici e una principessa attraverso cui combattere e agire. Lui ha mostri.
C'è un colpo di scena immediato nel primo capitolo: la ragazza scelta per essere la principessa e il primo dei suoi cavalieri sono segretamente in combutta per distruggere la Terra.
Vogliono essere loro a distruggerla, non lo stronzo: quindi si alleano, senza rivelare le proprie intenzioni, con gli altri 11 Cavalieri, e combattono insieme contro lo stronzo. Mandando avanti però anche il proprio piano di diventare i villain subito dopo la sconfitta del villain.
Il tratto di Mizukami di allora ricorda molto quello di Fujita. E' molto espressivo e dinamico, ottime scene d'azione e combattimenti, bellissimi primi piani pieni di sentimento.
Ogni personaggio gode delle proprie relazioni, background e arco narrativo.
Ogni combattimento è diverso dai precedenti e si sviluppa a risolve in modi originali e mai ripetitivi.
Il climax è eccellente, le spiegazioni e le motivazioni dei personaggi sono assolutamente credibili e letteralmente piene di emozioni, tutte le relazioni trovano una risoluzione (più o meno negativa/positiva). Il finale è ottimo e perfettamente concluso.
Praticamente non leggo più manga, giusto un paio. Lucifer è uno dei migliori che abbia letto.
SPOILER SPOILER SPOILER
Animus viene sconfitto e Samidare procede con l'intenzione di distruggere il mondo, ma viene fermata da Yuuhi. I due combattono e alla fine si baciano e Samidare decide di accettare il proprio destino con Yuuhi e gli altri amici al loro fianco.
Samidare lotta contro la malattia per 10 anni, poi guarisce. Lei e Yuuhi sono insieme per sempre, felici e contenti.