Billy Lynn's Long Halftime Walk (Id, 2012): primo romanzo, ma non debutto letterario, di Ben Fountain. 
Questo libro mi ha fatto pensare. 
Ho pensato molto anche leggendo Empire of the Vampire, più-lungi da me fare un discorso spocchioso sul presunto valore superiore della non-speculative fiction, rispetto alla letteratura CONVENZIONALE: entrambi i romanzi sono sostanziosamente costituiti da riflessioni sulla società e la natura umana, due ottimi scrittori, è inevitabile ragionare su quanto espresso e affermato.
Ciò detto.
Questo romanzo, nello specifico, mi ha fatto pensare quando è stata l'ultima volta la mia vita sia stata cambiata da una lettura: ogni anno ho dei libri preferiti, certo, ma quanto indietro devo andare prima di re-incontrare una lettura che ha definito la mia vita? 
La conclusione che ho raggiunto è non trattarsi di un problema con la qualità delle mie letture, ma di età: la mia vita ha raggiunto una solidità, una rigidità, che la rendono impermeabile e resistente ai cambiamenti. 
Può ancora succedere. Succede, ma è più difficile.
Le cose che sono, le cose che ho, il modo in cui penso, l'accumulo di passato e le relazioni stabili che mi definiscono sono le stesse da anni: non è un difetto, il cambiamento è semplicemente sostituito dall'approfondimento.
Billy Lynn spinge a riflessioni di questo genere. C'è anche un film che guarderò probabilmente stasera. 
La Guerra al Terrore va avanti da un po', l'iniziale hyper-fervore bellicista dell'opinione americana è in stagnazione e calo; fortunatamente, una troupe di Fox News cattura un'azione di straordinario coraggio e potenza marziale: una manciata di soldati contro una superiore forza nemica, che viene sterminata. 
Il video diventa virale, i soldati sono immediatamente, temporaneamente, rimpatriati e mandati in tour per gli USA a risollevare l'appoggio pubblico al presidente (Bush) e il suo sforzo in Iraq e dintorni. 
Ci sono flashback, ma il presente e il grosso della storia è l'ultima giornata prima di tornare in Iraq: i nostri soldati sono a Dallas per partecipare allo spettacolo di metà partita durante la partita di Thanksgiving dei Cowboys. 
La prospettiva è quella del più giovane della squadra, 19enne Billy Lynn, eroe casuale della scena di combattimento divenuta famosa, texano di origine. 
Billy Lynn è un'eccellente lettura: satira sulla società americana e suoi vizi; è un romanzo un po' ruffiano, ma non c'è di male nel sapere come raggiungere il proprio pubblico di educati simpatizzanti democratici.
Ah, prima di dimenticarmi: postmoderno! 
Era da un po' che non trovavo l'occasione di scriverlo: romanzo che utilizza la composizione grafica delle pagine per finalità espressive e narrative.
Billy Lynn non è esattamente white trash, ma ci va molto vicino, i suoi commilitoni provengono tutti dalle estrazioni più povere della società americana: durante il victory tour e la giornata a Dallas sono costantemente sottoposti ed esposti all'incredibile flatulenza economica dei più ricchi dei ricchi; c'è un continuo parlare di trasformare la loro esperienza in un film e per tutto il romanzo la contrattazione con i ricchi più ricchi di Hollywood prosegue. 
Ecco, perché Fountain non è solo impegnato a prendere in giro i ricchi texani repubblicani, c'è molto da dire anche sui ricchi californiani democratici. 
Letto oggi, il libro è pazzescamente attuale: scritto 4 anni prima di Vance, scritto nell'America di Bush, sembra parlare dell'America di Trump e mostra una prospettiva storica che è molto più uniforme e continuativa di quanto sia percepito oggi. Ci sono infiniti personaggi che sono essenzialmente Trump, prima di Trump. 
Fountain scrive genialmente con un mix di smart mouth cinematografica e un vomito esplosivo arcobaleno di verbosa composizione artistica, dove suono e concetto delle parole vanno a braccetto in un turpiloquio di accostamenti e stravaganza linguistica che assomiglia qua e là a un più ordinato flusso di coscienza. 
Il capitolo chiave, quello della 'halftime walk', è una straordinaria dimostrazione di ritmo narrativo usato per rappresentare una scena: frenetico e confuso come ciò che viene descritto, allo stesso tempo lucido e organizzato.
La qualità narrativa dell'autore è indubbia. 
Il nostro soldato pensa a tante cose, c'è una leggera distorsione tra la sua ignoranza quando apre bocca, per dirlo semplicemente, e la sagacia delle sue riflessioni interiori: distrae leggermente, ma non è importante. 
Nel libro ci si interroga su religione, sport, politica, guerra, sesso, relazioni, ricchezza, classe sociale, economia e altro. 
L'acume intellettuale dell'autore è indubbio. 
Il libro è ottimo, sfortunatamente il finale scivola: è una scelta, ma è la scelta che disprezzo di più. 
L'autore non consegna un finale: la giornata finisce, alcune sottotrame rimangono per aria perché succede un casino e non possono essere completate 'quel giorno'; l'autore decide di non scrivere un finale e concludere il libro con i nostri in macchina diretti verso la base che li rispedirà in Iraq. 
Allora, avete presente quei film di guerra o altro (Animal House) che finiscono con le sovrimpressioni che raccontano brevemente il destino finale dei personaggi? Qui non c'è, non abbiamo idea di cosa succederà ai nostri eroi. 
Andranno in Iraq e moriranno tutti, morirà solo qualcuno, torneranno? 
Il finale aperto serve al fine di comunicarci l'impossibilità di prevedere e quindi immedesimarci di più nei soldati, ma è anche una scelta di comodo che evita all'autore la responsabilità di decidere.